Gli argomenti di oggi sono due: le parole del Direttore Generale Baldissoni e quelle della Questura di Roma dopo Roma-Sampdoria. Partiamo da queste ultime: non sono un grande fan del "La Roma sotto la curva", ma mi rendo conto che nel 2018 ormai le uniche occasioni di confronto con la squadra le si possano chiedere solo in questo modo. In passato ciò non avveniva, ma solo perché si poteva andare liberamente a Trigoria a contestare o a capire cosa stesse accadendo o, ancora nel più lontano passato, presentandosi direttamente dopo la partita avanti gli spogliatoi per attendere l'uscita del pullman. Oggi, tuttavia, appena ci si presenta a Trigoria si viene denunciati e daspati, mentre se ci si presenta fuori gli spogliatoi si rischia la lapidazione o giù di lì. Certamente esiste una norma federale che vieta questo genere di confronti, tuttavia non si comprende cosa c'entri la Questura con il diritto sportivo. È vero che le forze dell'ordine devono cercare di prevenire la commissione di reati, ma non è affatto detto che questi si sarebbero compiuti, visto che ciò che si chiedeva da parte della Curva Sud era semplicemente un gesto che mostrasse comprensione per ciò che provano i tifosi per la propria squadra. A vederla in senso più ampio, si cerca di privare i tifosi del diritto di fare i tifosi, in una ottica di "normalizzazione" che non ha precedenti neanche negli anni compresi tra le due guerre, allorquando contestazioni feroci delle tifoserie, invasioni di campo e sospensioni di partite erano all'ordine del giorno. In ogni caso – è il mio pensiero – il gesto di andare senza incorrere in sanzioni la Roma o per lo meno i più rappresentativi giocatori avrebbero potuto farlo, anche fermandosi alla linea di fondocampo alzando le braccia per essere subissati di fischi, ammesso e non concesso che i giocatori abbiano un ruolo in questo periodo di crisi che stiamo vivendo.

Finalmente poi la Roma ha fatto sentire la propria voce tramite le parole di Mauro Baldissoni, che ho letto con grande attenzione. Noi siamo tifosi, non esperti di marketing, e quindi ho dovuto cercare di immedesimarmi in un ruolo che non mi compete e che vedo dall'esterno. Comprendo, quindi, il discorso del non svalorizzare il brand accettando proposte economiche di un potenziale main sponsor non in linea con ciò che si vuole ricavare, tuttavia credo che chi investe soldi su una scritta su una maglia sia disposto a farlo se c'è un ritorno a livello di visibilità e vittorie. È chiaro che squadre italiane che in passato hanno vinto molto abbiano un appeal superiore alla Roma che, attualmente, ha il fascino della storicità del nome e della tifoseria, sebbene più per il passato che per il presente, vista la repressione ed il genere di tifoso che si vuole creare. Anche per quanto riguarda il mercato e le plusvalenze, che sembrano quindi essere il sistema con il quale si intende mantenere la Roma competitiva nelle prossime stagioni fino a quando non sarà costruito il nuovo stadio, va detto che ci sono squadre come il Napoli e - ahimé – i nostri dirimpettai, che non devono costruire nuovi stadi, che sono soggetti anche loro al fair play finanziario ma che sembrano essere in una situazione generale migliore della nostra, visto che il Napoli è primo e che quegli altri probabilmente si giocheranno un'altra finale di Coppa Italia. E allora, fermo restando che il calcio non è una scienza esatta, si ha l'impressione che alla fin fine tutto dipenda solo dall'abilità e dalle capacità del Direttore Sportivo che, sempre nell'attesa del nuovo stadio, deve strutturare una squadra che sia in grado non solo di essere competitivi (perché non è che possiamo competere a vita), ma anche di vincere qualcosa da qui alla posa dell'ultimo mattone, avendo un occhio fisso puntato sul bilancio.