Gilet giallorosso a righe orizzontali d'ordinanza, zuccotto fatto da nobili mani di popolo e sorriso stampato in viso come fosse l'ultimo giorno di scuola. Lo aspettavano in trepidante attesa neanche fosse un calciatore, la Sud riempita a dismisura dicono riuscisse a riconoscere l'arrivo della sua Vespa. Intorno alle 14.15 allo Stadio Olimpico molti sembravano attendere solo lui per dare il via alle danze. Mani sui fianchi e schiena sul muretto, piccola pausa e il corpulento netturbino sciorinava discorsi dopo aver elencato a gran voce i ventidue contendenti. Come la campana per una ripresa scandiva il tempo con un battimani a cui, ancor oggi, segue sempre un "Roma".

Perché Dante Ghirighini, per tutti semplicemente Dante, non è stato soltanto un tifoso ma una sorta di padre-guida per i romanisti. Nato nel 1936 al Trionfale, cresce tra una partitella sotto l'ombra della Basilica di San Giuseppe, il lavoro da garzone presso un macellaio dell'omonimo mercato rionale e il mito della prima Roma scudettata; quella del Masetti "primo portiere" di Amadei e di Pantò. L'Olimpico a portata di mano che diventa una seconda casa, le amicizie e la battuta sempre pronta, la naturalezza di un tifo genuinamente fazioso e per questo aggregativo.

C'è stato un giorno però in cui Dante Ghirighini è diventato esclusivamente "Dante": domenica 20 novembre 1960. La Roma capolista, dopo aver schiantato la Lazio grazie ad un Manfredini sontuoso, ospita il Padova per conservare il punto di vantaggio sulle inseguitrici. "Piedone" con l'ennesima tripletta stagionale manda in estasi i 55mila presenti. A un tratto, anticipando le gesta di un altro protagonista della storia romanista, Dante decide di scavalcare le allora brevi restrizioni tra campo e spalti. Bandiera alla mano e volto baciato dal sole si dà ad una fuga di gioia memorabile: tre giri di campo e gli "olè" che accompagnano quel fiume in piena mentre rompe gli argini di forze dell'ordine scorrazzanti in compagnia dei cani.

Comandante dall'investitura spontanea, quel potere che non piove dal cielo a guisa di un sovrano ma si ottiene dal basso, senza regole. Si dice che la sua voce fosse udibile fin sotto i boccaporti della dirimpettaia Curva Nord, che ogni tanto (regolarmente) svenisse nei momenti concitati dell'agone per poi rinsavire bevendo alcuni Sportino Borghetti, addirittura che il presidente Anacleto Gianni gli avesse regalato un abbonamento di Tribuna Tevere tanto aveva gradito l'invasione e che fu uno degli artefici della famosa "cacciata" dei laziali dalla Sud del marzo 1973. Sicuramente ne ha vista soltanto una di gara lontano dalla Curva, un 2-1 alla Juventus a cui poi seguì il rientro sul muretto; perché i re dormono su letti a baldacchino, ma i comandanti no, loro riposano nell'accampamento. E insieme a generazioni di ragazzi ha condotto il tifo fino e oltre l'arrivo dei gruppi organizzati, stimato dai vecchi e venerato dai nuovi si era armato di megafono per far sentire ancor di più il suo marchio speciale di speciale passione.

Il secondo scudetto visto non più con gli occhi di bambino ma con quelli di padre: purtroppo non riuscì a far lo stesso con gli ultimi, quelli di nonno. Il 5 novembre del 2000, giorno dopo la morte, la futura Roma tricolore gioca con il lutto al braccio in quel di Brescia, il 9 è la volta della sua Curva che lo omaggia con uno striscione eloquente durante la sfida di coppa contro i portoghesi del Boavista: «Daje Roma Daje… Dante ti guarda». Piangono tutti, ultras e non, presidenti e non. Lo cercano con lo sguardo. E ancora tre notti e tre giorni dopo la sua ultima thule in un Roma-Reggina che vede la bianca e vecchia Vespa parcheggiata a bordocampo con un mazzo di fiori portati in dono da un giovane Francesco Totti. Dante se ne era andato e chissà forse ancor oggi qualcuno riesce a sentire un urlo provenire dal cielo, un grido di innocente passione divenuto per tutti noi un motto dogmatico. "Daje Roma daje".