Abbiamo perso anche Dino Da Costa. L'uomo diventato leggenda per i suoi gol nei derby se n'è andato ieri a 89 anni. Ma chi tifa Roma non perde mai. Non perde i suoi ricordi, le sue emozioni, i suoi campioni. Chi tifa Roma non perde mai, è il testo dello striscione esposto dai romanisti a Verona il 16 maggio 2010, per un Chievo-Roma struggente. In sedicimila per ringraziare una squadra fantastica. Tra loro c'era anche Dino Da Costa, che si era stabilito a Verona ma che ha sempre continuato a tifare per la Roma e quel giorno era in tribuna. Intorno allo Stadio Bentegodi era solito effettuare lunghe passeggiate per tenersi in forma, per respirare l'aria del campo di calcio, un amore infinito per lui, che ha giocato nelle serie minori fino a 44 anni. I più belli, i sei di Roma.

Centosessantatré presenze e settantanove gol, media notevole, che si alza paurosamente quando vede le maglie biancocelesti: in dodici partite ufficiali gli segna 11 volte, che sono 12 se ci metti la Coppa Zenobi, sarebbero 13 se ci fossero state le regole di oggi il 3 marzo 1960 quando Janich deviò il suo tiro in porta, sono addirittura 14 se ci metti quello che segnò al povero Lovati in una partita di vecchie glorie. Per quanto riguarda il campionato, lo sappiamo, Delvecchio lo ha eguagliato (9), Totti lo ha superato (11), ma l'uomo del derby resta sempre lui.

Eppure, considerarlo "solo" per quello è riduttivo, perché Dino Da Costa è stato un grandissimo calciatore. Fu tesserato grazie ad alcuni antenati scovati a Palombara Sabina, altrimenti il "veto Andreotti" glielo avrebbe impedito, come per tutti gli stranieri che non avessero origini italiane. Capace di occupare qualsiasi ruolo sul fronte offensivo, centravanti, ala, fantasista, seconda punta, giocatore perfetto per la Roma della seconda metà degli Anni 50 che si divertiva e faceva divertire.
Il picco del divertimento lo regalò in una partita con la Spal in cui, stufo della marcatura a uomo di un avversario, uscì dal campo e si mise a leggere il giornale. Quando il difensore si girò per chiedere se doveva marcarlo anche lì, ne approfittò, prese il pallone e segnò.

Apprezzato dagli allenatori, benvoluto dai compagni, è stato anche Capitano. Nel 1956/1957 vinse il titolo di capocannoniere con 22 gol, a un romanista non capitava dal 1935 con Guaita e non sarebbe più capitato fino al 1963 con Manfredini. «Merito di Nordahl» - diceva lui con una buona dose di modestia - «perché i difensori avversari marcavano lui e lasciavano libero me».

Segni del destino

Il primo gol all'Olimpico lo ha segnato contro la Roma, il 6 luglio 1955, indossando la maglia del Botafogo. Pochi giorni dopo, era nella sede della società giallorossa a firmare il contratto. Pochi giorni prima, aveva segnato anche in un'amichevole della squadra della sua città (era nato a Rio l'1 agosto 1931) contro una mista Torino-Juventus. Il portiere era Lovati. Come fai, dopo una storia del genere, a non credere nel destino? Un destino da romanista, quello di Dino Da Costa, che non s'è compiuto ieri. Perché chi tifa Roma non perde mai i suoi ricordi, le sue emozioni, i suoi campioni. Come Dino Da Costa.