Bisogna saper perdere. Lo cantavano i Rokes di Shel Shapiro qualche decennio fa. Ecco, la Roma in questo momento non è in grado neppure di saper perdere. Indipendentemente dal nome dell'avversario che ha di fronte. E la cosa è ancora più preoccupante dei risultati che non sono arrivati, cinque partite ufficiali, quattro di campionato, due sconfitte, una vittoria, due pareggi, dieci gol subiti, una valanga di tiri verso la porta di Olsen che meno male non si sta dimostrando quello che avevamo temuto, una marea di moduli e giocatori cambiati senza che ci fossero mai risposte che potessero indurre a dire, ecco questa è la strada che dobbiamo percorrere. Questa Roma si è persa continuando inutilmente a cercare la strada percorsa la passata stagione. Ora è una squadra senza identità, personalità, ricca solo di confusione, ancorata al ricordo di ieri dimenticando di essere oggi una squadra completamente nuova (dodici acquisti, sei cessioni perché oltre alle tre eccellenti bisogna aggiungere pure Skorupski, Bruno Peres, Defrel che comunque facevano parte di uno spogliatoio che si conosceva e si voleva bene). Mai, in queste cinque partite, la Roma ha dato l'impressione di essere una squadra nel senso più semplice del termine.

Equivoci e carenze

La linea difensiva è la brutta copia di quella dello scorso anno. Con Kolarov che sembra sazio di Mondiale, Fazio ancorato alle bruttezze dell'Argentina, Manolas che si guarda intorno e non capisce cosa stia succedendo. Soprattutto è una linea difensiva che non ha più coraggio. Nella passata stagione c'era stata l'esasperazione del fuorigioco, praticato quasi sulla linea di metà campo, ora si fa poco e male, completamente disarticolato dal resto della squadra. Forse è conseguenza di un terzetto di centrocampo che ha magari qualità con il pallone tra i piedi, ma non quantità quando la palla è tra i piedi degli avversari. Riguardatevi le partite giocate sin qui, quanta interdizione c'è stata, quanti palloni sono stati recuperati, quante ripartenze, quindi, sono state fatte? Si contano sulle dita di una mano. E per una squadra come quella difranceschiana è un paradosso inquietante. Che, ovviamente, si ripercuote anche sulla produzione offensiva, inesistente o quasi a Torino e Milano, di nervi contro l'Atalanta, inevitabile contro il Chievo, d'inerzia al Bernabeu. Il risultato è che il tecnico in testa ha una squadra che nella realtà, almeno in questo momento, non può esserci. E, quindi, la Roma ora è una non squadra che è la cosa peggiore che può esserci perché vuole dire inseguire qualcosa di teorico, una sorta di vorrei, non vorrei, ma se vuoi che su un campo di calcio certifica soltanto andare incontro a brutte figure. Se non si prenderà coscienza di questo, le brutte figure non potranno che continuare.

Ma c'è una soluzione?

Se si vuole fare un calcio propositivo, poi in campo bisogna vederlo, anche a costo di correre (tutti) a vuoto. Nella passata stagione, abbiamo apprezzato molto l'idea e la pratica in campo di andare a pressare alti, obiettivo rubare il pallone e puntare la porta avversaria. Al Bernabeu, ma pure nelle partite precedenti, che fine ha fatto quel pressing alto? Di fatto, non si è visto mai. E allora perché continuare a giocare con tre punte, regalando sempre o quasi un uomo a metà campo, se poi ci si consegna al palleggio dell'avversario che se si chiama Real Madrid ti fa inevitabilmente una capoccia come un dindarolo? Il calcio propositivo, coraggioso, sfacciato o lo fai oppure è un suicidio tattico, tecnico, psicologico, ambientale. Ma in un momento come questo, la Roma impaurita e insicura vista sin qui in campo, è in grado di farlo? Se la risposta è affermativa, lo si faccia senza se e senza ma. Se la risposta è negativa, si cerchino soluzioni alternative perché non si può continuare in questa maniera che può essere propedeutica soltanto ad altre brutte figure.

Società, tecnico e calciatori sono chiamati a dare delle risposte. Come? Facendo la voce grossa, avendo delle idee, mettendo l'anima in campo perché non si possono prendere trenta tiri in porta al Bernabeu e, alla fine, contare appena quattro falli fatti, uno dei quali, peraltro, è costato il primo gol del Real. Si cerchino soluzioni. In tutta modestia, ne azzardiamo una nella consapevolezza che in questo momento il calcio propositivo di Di Francesco si sta dimostrando un autogol. Si provi, cioè, a giocare in maniera diversa, magari con un attaccante in meno e un centrocampista in più in campo. Per dire: a noi l'azzardo Zaniolo titolare al Bernabeu, è un'idea che c'è piaciuta se non altro perché era un'idea, però perché non completarla con un centrocampo a quattro disposto a rombo dietro a due punte? Non avremo mai la prova contraria, ma saremmo disposti a scommettere una cifra che trenta tiri la Roma non li avrebbe subiti e, magari, qualcuno in più lo avrebbe fatto. Avrebbe probabilmente perso lo stesso, ma siamo certi che sarebbe stata più squadra. Che è quello che la Roma deve tornare a essere: una squadra, dentro e fuori dal campo. Perchè ora dà una sensazione di incertezza, transitoria, di impossibilità a fare quello che le chiede il suo allenatore. Perché c'è anche un altro aspetto: non sarà che con i giocatori che ha a disposizione, il suo calcio Di Francesco non può farlo? Ovvero: se mancano in mezzo al campo calciatori in grado di mettersi sulle linee di passaggio della squadra avversaria rallentandone l'azione, capaci di rubare il pallone, far sentire il fisico e, quando serve, commettere un fallo, non sarà meglio pensare a qualcosa di diverso? Magari nell'attesa che il mercato di gennaio possa colmare le lacune. Sperando che non sia troppo tardi. Altrimenti si continuerà a non saper neppure perdere.