Inibizioni, ammende, diritti tv "spezzatino", lo spettro del Covid-19 che ancora aleggia tra gli spalti vuoti. E, in tutto ciò, dov'è finito il calcio vero, quello giocato? C'è, eccome: è sempre lì, anche se a volte sembra passare in secondo piano. C'è la Roma, e Lei no, non può mai passare in secondo piano: non sarà mai cornice, ma sempre il dipinto da ammirare; non sarà mai musica di sottofondo, ma sempre e solo una sinfonia alla quale dedicare tutta la tua attenzione. Specie in quest'epoca di calcio plastificato.

La Roma che stenta nelle ultime gare di campionato e vede allontanarsi il quarto posto e la Roma che torna a giocare un quarto di finale di Coppa Uefa/Europa League dopo ventidue anni. La Roma che per un errore marchiano rimedia un ko a tavolino a Verona, e che fa anche peggio in Coppa Italia, e la Roma che è l'unica squadra italiana ancora in corsa in Europa (e scusate se è poco). La Roma, sempre Lei, che ci fa sentire uniti anche se (mai come di questi tempi) siamo lontani, mascherati, impauriti e pure un po' straniti.

La Curva Sud è deserta da più di un anno, eppure il legame tra squadra e tifosi è l'unico cordone ombelicale che nessuno mai potrà tagliare. Si chiama "compassione", ma va al di là del comune significato odierno del termine: viene dal latino "cum patior", che significa "soffrire con". E noi soffriamo con Lei. Lo abbiamo fatto a Napoli e a Bergamo, nel derby e con il Milan all'Olimpico, e lo facciamo ora che il quarto posto sembra quasi un miraggio. Eppure ci sono ancora almeno dodici partite da giocare e da onorare.

L'onore, appunto, che è quanto di più romanista si possa trovare. È quella cosa che il 19 aprile 1936 spinge il nostro Capitano Fulvio Bernardini a rifiutare la combine proposta da alcuni esponenti del Brescia: i lombardi erano ultimi, praticamente già retrocessi, mentre la Roma si stava giocando lo Scudetto con Bologna e Torino; a "Fuffo" proposero di mettersi d'accordo, «ci pagate e noi in cambio vi facciamo vincere»; lui oppose un netto rifiuto, la partita finì 1-1 e a fine stagione la Roma arrivò seconda a un punto dal Bologna.

Questo è l'onore: fa rima con onestà, con orgoglio, con morale. La morale vera, non quella parola vuota di cui qualcuno si riempie spesso la bocca. Sarà forse un concetto banale, ma l'onore è l'unica cosa che l'essere umano non può comprare, e per un semplice motivo: ha a che fare con i comportamenti, non con le dichiarazioni di facciata, né con gli amici potenti che riesci a farti, né con l'influenza che riesci ad avere, né con i soldi o il potere che possiedi. L'onore è una cosa fra te e nessun altro, sei tu che rispondi a te stesso delle tue azioni.

Ecco perché la Roma deve tenerselo stretto, ora più che mai, e trasformarlo in una risorsa da qui a fine stagione: perché quando ha sbagliato (in campo e fuori) ha pagato, come è giusto che sia; ma per se stessa, per i suoi tifosi e per quell'esempio dato da Fulvio Bernardini ottantacinque anni fa, non può fare altro che onorare questo finale di stagione. Lottando sempre, imparando a soffrire, rialzandosi dopo essere caduta e guardando in faccia con coraggio i propri fantasmi. È l'unica maniera che permette a un uomo di andare a dormire ogni sera in pace con la propria coscienza. Chiamatelo onore, o orgoglio, o onestà: sono tutti sinonimi di ciò che davvero rende unica la Roma.