Ne è valsa la pena. Ora si può dire, senza paura di essere smentiti: la partita del Camp Nou aveva "inquinato" i pensieri dei giocatori della Roma. Il match d'andata con il Barcellona aveva mostrato chiaramente che il gigante non era invincibile e, piano piano, l'idea di provarci seriamente aveva cominciato a fare breccia. Solo che le imprese hanno bisogno di tempo per essere preparate, per essere pensate. E la Roma, parte di quel tempo lo aveva passato sul campo. Con la testa altrove. E, infatti, sebbene avesse prodotto calcio di buona fattura, la squadra di Di Francesco era uscita battuta dal confronto con la Fiorentina. Tutto si può dire di quella partita, tranne che la Roma avesse giocato male. Semplicemente, aveva giocato senza testa. La doppia frenata in campionato – prima della partita in Spagna, la Roma aveva pareggiato a Bologna – ha permesso alla Lazio e all'Inter di tornare a minacciare il terzo posto, fino a un paio di settimane fa saldamente in mano alla squadra di Di Francesco. E oggi, dopo l'euforia da Champions, sarà derby. Chi accusava Roma di provincialismo è stato servito; forse in nessuna città quest'anno le tappe di avvicinamento alla partita sono state vissute con tanto distacco, che non significa disamore. Non si può certo dire che la settimana della Roma e dei romanisti sia stata vuota: la vigilia del match di Champions, la partita e l'impresa contro il Barça, i festeggiamenti, la consapevolezza di aver realizzato e vissuto un sogno, l'approdo tra le prime 4 squadre d'Europa, il sorteggio, il Liverpool, la voglia di vendicare il 1984. Quella appena passata, forse, è stata una delle settimane più emotivamente intense della storia recente del club.

Per questo oggi sarà ancora più bello, svegliandosi per due ore dal sogno europeo, realizzare che è il giorno del derby, dello scontro diretto con chi non se ne farà mai una ragione, contro chi si sente sempre in dovere di dover dimostrare qualcosa per cercare di superarti. Quelli che in ogni occasione recriminano, prendendosela col destino cinico e baro che li ha portati dalla parte sbagliata. Quelli che pure quando vincono, gioiscono e che, invece di godersela, pensano a noi: «Visto che pure noi?». Sì, sì, ci state pure voi. E ci dà pure un po' fastidio che state lì al terzo posto con noi. Non per paura di qualcosa che è contro natura, ma perché anche solo vedere i due nomi vicini è fastidioso. Oggi non si gioca per il primato cittadino, perché non c'è bisogno di una partita per leggere la storia, che racconta come su 148 incontri in Serie A, la vittoria sia stata dei giallorossi per 53 volte, che ricorda delle cinque vittorie sugli ultimi sei incontri per la Roma, di un solo successo della Lazio nelle ultime 10 sfide di campionato, delle tre sconfitte consecutive della Lazio negli ultimi tre derby da squadra ospitante in Serie A. Non ci venite a parlare di primato cittadino, ci offendete. Oggi si gioca per la classifica, per la qualificazione alla prossima Champions, per il terzo posto. Con l'Inter di "amicone" Spalletti spettatore interessato.

Al netto delle tensioni che accompagnano i derby, potrebbe uscire fuori una partita spettacolare, perché si affrontano la squadra che ha realizzato più gol in Serie A e quella che produce più gioco offensivo, avendo il primato dei tiri contro la porta avversaria. Dal punto di vista mentale, peserà più l'euforia della Roma dopo la remuntada o la rabbia laziale dopo l'eliminazione? Quella appena passata è stata una settimana anomala, con tutte le attenzioni catalizzate giustamente dall'impresa europea della Roma, seguita dai tonfi di Juve e Lazio, cacciate dall'Europa la prima con un rigore al 96' e la seconda da quattro gol subìti in un quarto d'ora. Il tutto in una sequenza senza fiato: martedì il Barca, mercoledì la Juve e giovedì la Lazio. Venerdì il sorteggio con il Liverpool. Per la settimana perfetta manca la domenica. Manca solo vincere il derby.