Superato il cruccio per un dominio non sfociato nell'unico risultato possibile dopo averli asfaltati per 93 minuti e mezzo. Accantonata la stizza per l'ennesima sortita di gatto e volpe vestiti da arbitro e var. Resta negli occhi e scende dritto al cuore il piglio, la grinta, la forza con cui la Roma ha affrontato il derby. Relegando chi era stato dipinto come il peggior avversario possibile (lo è, ma evidentemente non per motivi tecnici) a un timido sparring partner desideroso solo di non prenderle, in preda a manifesta inferiorità. A undici erano, a undici restano: numero familiare da quelle parti.

Tanto basta a riempire d'orgoglio, a sbattere in faccia ai signori del perenne so-tutto-io una realtà incontrovertibile e per molti di loro amara: questa è una squadra. Molto più dell'altra (ma da ieri in poi dei raffronti con quegli altri ci frega il giusto). Lo è nel senso più profondo del termine: gruppo, corpo unico che muove insieme verso una sola meta. Quella nostra è fissata da tempo: zona Champions da riprendere, cammino il più possibile lontano in Europa. I voli pindarici li lasciamo a quelli che la realtà tendono sempre a capovolgerla, per poi giustificare le loro miserie con altrettante mistificazioni.

Proviamo invece a proiettare l'altra sera al futuro, a partire dall'immediato. Dalla splendida unità degli ultimi due giorni fra Curva e protagonisti del campo, perfino chi lo è stato e chi lo sarà ancora (quanto erano belli Rizzitelli commosso sotto la Sud e Zaniolo esultante da tifoso), non può che nascere qualcosa di buono. Già col Sassuolo. Per continuare a smontare i pregiudizi e renderci orgogliosi.