Ritorna il Grinta. Nessun western in vista,anche se il volto in questione potrebbe essere perfetto interprete dei film di genere. Il ritorno è quello di Kevin Strootman («A Genova giocherà», ha annunciato Di Francesco), che di grinta ne ha da vendere. Fin da quando ha messo piede a Roma. Probabilmente anche da molto prima, perché con quella faccia un po'così ci nasci, se non devi fare l'attore. E Kevin è uno autentico, che del grugno ha fatto il suo marchio di fabbrica. È stato chiaro dal primo istante in cui l'olandese ha indossato la maglia della Roma. Fine estate del 2013, una squadra col morale sotto i tacchi e lui lì a dirigerla col suo inconfondibile gesticolare in campo,che lo ha immediatamente reso uno dei leader del gruppo. Da allora sono passati più di quattro anni e tre allenatori. Ma soprattutto in mezzo c'è stato un infortunio gravissimo, seguito da un vero e proprio calvario chirurgico, che ha restituito l'olandese ai campi di gioco soltanto dopo due anni di stop. Ha dovuto ricominciare Strootman, perché una pausa così lunga non permette di riprendere il discorso dal punto nel quale si era interrotto, ma necessita di un ulteriore tortuoso percorso per rimettersi alla pari con i compagni. Lui però non si è scomposto, rimboccandosi anzi le maniche e lavorando più di prima. Fino a ricevere il premio più ambìto: un gol nel derby, costruito di prepotenza (strappando palla agli avversarie gridando a Dzeko di farsi da parte), confezionato con eleganza (tocco sotto sull'uscita del portiere) e consegnato con fervore (una corsa sfrenata sotto la Sud) ai tifosi in delirio.

Seconda rete di un campionato che chiuderà con 4 centri e la sensazione - suffragata dai fatti - di essere tornato uno dei centrocampisti più ammirati in Europa. La nuova stagione ha riconsegnato alla Roma un reparto stellare, con Pellegrini, Gonalons e Gerson alternative dei veterani De Rossi, Nainggolan e appunto Strootman. L'imbarazzo della scelta per Di Francesco, che però non è mai rimasto preda di gerarchie prestabilite a tavolino, dando anzi fondo a tutta la varietà di soluzioni a disposizione. Lo stesso Kevin si è ritrovato nel vortice del turnover in più di una circostanza. Non tantissime in fondo, ma quelle che possono bastare a minare qualche certezza acquisita. Al di là della sfida con il Napoli (saltata per una contusione muscolare), l'olandese è rimasto cinque volte in panchina a inizio gara per scelta tecnica, fra campionato e Champions. Pur entrando a partita in corso in tre occasioni. Un inedito per lui, abituato a far parte della ristretta cerchia degli "indiscutibili" in normali situazioni fisiche. Come tutti i calciatori carismatici, anche Strootman è poco incline alla panchina. Sarebbe strano il contrario, in fondo. Eppure non ha mai innescato alcuna miccia polemica. È rimasto a guardare, quando è stato il turno di altri compagni. E si è sacrificato in campo, quando ha speso la sua presenza per adombrare quella del diretto avversario (ne sanno qualcosa Fabregas o Milinkovic, tra gli altri) più che per cercare gloria personale. Per questo negli ultimi tempi è sembrato in flessione rispetto al calciatore straripante cui si era abituati. Ma è lo stesso tecnico a dare la risposta: «È un giocatore che sta facendo fare il salto di qualità alla squadra per intensità e qualità, in allenamento e in campo». A Madrid ha raggiunto le cento presenze ufficiali con la Roma. Oggi sarà in campo, con la carica delle 101.