Passano i mesi, ma la domanda continua a essere la stessa: la Roma che squadra è? Quanto, ad esempio, la posizione in classifica rispecchia il suo reale valore? O meglio: la Roma sta facendo meglio o peggio di quanto si potesse ipotizzare, valutando la sua rosa? Di certo, la squadra di Mou è strana. Strana nel senso che non riesce a trovare un adeguato equilibrio di rendimento. E i soli due pareggi nelle 23 gare di campionato lo stanno a testimoniare. La Roma o vince o perde. Bianco o nero, mai grigio. Non si gioca per pareggiare, certo; si gioca sempre per vincere, ma talvolta anche un puntarello farebbe comodo. Invece niente, o quasi. Questione di equilibrio, che non è solo tattico ma anche (soprattutto) mentale. Evidentemente, il gruppo di José non è ancora pronto per gestire le partite, così passa dal prendere tre reti in sette minuti contro la Juventus a farne quattro in tredici in casa dell'Empoli. Sono, se ci pensate bene, due facce della stessa medaglia.
Dalla gara contro il Cagliari, però, è scesa in campo un'altra Roma, la seconda Roma di Mou. Sono arrivati due nuovi giocatori, Maitland-Niles e Sergio Oliveira, e la rosa, non solo sulla carta, è migliorata. E, non a caso, sono arrivate tre vittorie di fila. Non a caso perché Mou ha avuto maggiore possibilità di scelta sia nella preparazione della partita sia nello svolgimento della partita stessa. Più opzioni tecniche, quindi più opzioni tattiche. Così si è visto il 4-2-3-1, si è visto pure il 4-3-3 e, ovviamente, il rassicurante 3-5-2. Mou ha alternato i moduli, ha modellato le strategie e, trovando una risposta robusta dai singoli, ha portato a casa tre successi di fila. Dando la netta impressione di aver già cominciato a camminare sul sentiero del domani, di aver gettato le basi (solide basi) per la Roma che verrà.
Qui non si tratta di esaltarsi per tre vittorie in fila contro avversari di contenuto valore, ma di analizzare cosa c'è stato dietro, cioè qual è stata la costruzione dei tre successi. C'è stata innanzi tutto la forza, non (più) l'obbligo, delle scelte. Aveva ragione Mourinho quando urlava al mondo di aver bisogno di altri giocatori, ossia di giocatori migliori. Ne sono bastati due per modificare il volto della sua squadra. Ecco perché tenderei a fidarmi (e parecchio) dei suggerimenti dello Special. Il principio, del resto, è sempre lo stesso: quando i titolari di oggi (o la maggior parte di loro) diventeranno le riserve di domani, la Roma sarà realmente una grande squadra. Daje.