Lo dice il nome: riparazione, mercato di riparazione. Solo che a gennaio le squadre, spesso e volentieri, non hanno le capacità economiche per riparare proprio nulla e, allora, prendono tanto per prendere più che per correre ai ripari. Perché se d'estate di soldi ne girano pochi, figurarsi d'inverno quando tutti hanno l'esigenza, soprattutto, di sfoltire la rosa – anziché ampliarla – e ancora di più il monte ingaggi.
È raro migliorarsi in questa sessione di trattative, raro a meno che tu non abbia lungimiranza, voglia e possibilità per investire perché a quel punto, paradossalmente, nessuno avrebbe/ha la forza economica per non stare almeno ad ascoltarti. E veniamo a noi che, nel corso degli ultimi venti-trent'anni, abbiamo visto sfilare, d'inverno, una lista di giocatori arrivati nella Capitale oggi e già dimenticati domani, gente di passaggio che non ha fatto in tempo nemmeno a svuotare il trolley che già lo stava richiudendo per correre al gate delle partenze di Fiumicino. No, non la farò quella lista: i nomi li sapete già tutti. Alcuni di loro non c'hanno dato nemmeno la possibilità di illuderci: già sapevamo quello che non avrebbero potuto darci prima ancora di vederli scendere in campo con la nostra maglia addosso. Per questo, volendo fare solamente un nome che nel corso del tempo è diventato – suo malgrado – quasi un simbolo, faccio quello di Fabio Junior… perché, almeno, a lui una cosa la riconosco: d'averci regalato la speranza. Durata poco eh, meno ancora dei diciassette minuti di una celebre videocassetta che aveva preceduto il suo arrivo… ma pur sempre speranza. E di averla, anche, alimentata segnando alla prima all'Olimpico contro la Sampdoria. Nulla di più, poi. Poca roba, pochi lampi, quasi nessuno… e quello che doveva essere un uragano finì per essere, semplicemente, un soffio di vento costato trenta miliardi e più.
Una lista, invece, la faccio: Candela, Zago, Nakata, Toni, Dacourt, Perotti, Nainggolan… gente che la ROMA è stata capace di migliorarla sul campo e non solo, come tanti altri, a parole nella noia delle loro presentazioni. Giocatori che a quella parola – riparazione – sono stati capaci di dare un senso e per questo, ancora oggi, li ricordiamo con partecipazione emotiva. Perché nel corso degli anni ognuno di noi ha imparato, sulla propria pelle, che di promesse contano solo quelle mantenute.