Non è il primo greco della storia della Roma Primavera Dimitrios Keramtisis, e anche il suo predecessore, Lampros Choutos, aveva esordito in serie A, ben prima di diventare maggiorenne. Entrambi promettevano una carriera di primo livello, ma le analogie finiscono qui, e forse è un bene, visto che il bomberino di Atene ha mantenuto davvero poco di quelle promesse. Classe 1979, come Daniele Conti e Marco Quadrini, quando esordì in serie A, giovanissimo, era l'ultima stagione di un calcio che non c'è più. In attacco, in quel Roma-Napoli 4-1 del 20 aprile 1996, ultimi mesi di Mazzone e Giannini in giallorosso, c'erano Totti e Delvecchio (che fece tripletta): Balbo e Fonseca, che sarebbero dovuti essere ancora i titolari e invece stavano perdendo rapidamente posizione a favore dei due giovani italiani, non erano a disposizione. E la cosa permise al tecnico della Roma di portare in panchina il piccolo fenomeno della Primavera: la sentenza Bosman c'era stata appena quattro mesi prima, il 15 dicembre del 1995, il mondo del calcio si preparava ad applicarla, ma ancora per qualche settimana in serie A potevano giocare solamente tre stranieri. Aldair era intoccabile, Balbo, Fonseca e Thern si giocavano due posti, quel giorno poté andare in panchina anche il quinto (e ultimo) straniero della rosa.

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In Primavera c'erano ancora i coetanei di Totti, oltre ai '77 e ai '78, i classe 1979 come Choutos facevano gli Allievi, il romanista (che peraltro era nato a dicembre) divenne il più giovane straniero a esordire in A (record che gli fu poi tolto da Bojinov). Se avesse pure segnato sarebbe finito sui giornali di mezza Europa: la palla buona gli arrivò, proprio davanti alla porta, fu bravo a calciarla di prima, non altrettanto a tenerla bassa, e Taglialatela, con un riflesso eccezionale, la buttò fuori. Con quel gol sarebbe cambiata la sua vita, senza tornò a farne uno a partita in Primavera: Carlos Bianchi gli preferì il compagno d'attacco Andrea Conti, di due anni più vecchio, per Zeman era troppo istintivo, e non faceva i movimenti giusti.

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E così passarono tre anni e mezzo tra i 5' fatti al posto di Totti nel 1996 e i 6' al posto di Montella nel 1999, Piacenza-Roma 1-1, prima partita della gestione Capello, che lo preferì a Fabio Junior. Subentrò anche con la Juventus, a gennaio andò via: aveva iniziato a segnare a raffica anche con l'Under 21 greca (con cui ha la media stellare di 15 gol in 10 partite), e l'Olympiacos offrì 10 miliardi, tanti per un giocatore che aveva 3 sole presenze in A. A fine carriera saranno 14, senza neanche un gol: in Grecia si ruppe il crociato, vinse 4 scudetti di fila, segnò al Manchester United in Champions, arrivò in Nazionale, e convinse l'Inter a riportarlo in Italia, 24enne, a parametro zero.

Una presenza da Leggenda

Non lo sapeva, ma era già un ex: andò in prestito all'Atalanta, al Maiorca e alla Reggina, tornò in Patria e fece 10 gol col Panionios, a 29 anni finì ad Avezzano, per giocare in C con la Valle del Giovenco, un anno dopo il club fallì, lui rimase svincolato e lasciò il calcio professionistico. L'unica gara di A con l'Inter gli bastò per essere convocato dalla formazione delle Leggende, con cui segnò il 2-2 al Bernabeu, contro il Real di Figo e Zidane. Forse perché l'attaccante classe 1979 che avrebbe dovuto giocare nelle leggende dell'Inter, quell'anno era ancora in serie A: Diego Milito, sei mesi più vecchio di lui.

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