La storia della scaramanzia nello sport è piena di episodi curiosi, folcloristici, a volte un po' inquietanti, ma che comunque quasi sempre restano confinati dentro i limiti del buon senso. Dall'acqua santa di Trapattoni nel Mondiale 2002 al rosario di Maradona in quello del 2010, dagli spargimenti di sale già citati da Latini in un altro articolo alle t-shirt rosse di Tiger Woods, dal pacchetto di caramelle di Zeman ai pantaloncini universitari di Michael Jordan, dalle bottigliette allineate di Rafa Nadal ai vari balletti di ogni sportivo al momento di entrare in campo, ognuno con il suo rito propiziatorio. L'importante, per l'appunto, è non esagerare e, soprattutto, appellarsi a qualcosa che propizi. Mai, però, si dovrebbe assecondare quello strano istinto che ci porta a vedere anche cose, fatti, oggetti e addirittura persone in chiave negativa in rapporto ai traguardi da raggiungere, nella vita o nello sport.

In questi giorni è stato proiettato in anteprima al cinema (e andrà in onda in prima serata su Rai Uno a febbraio, nei giorni successivi al Festival di Sanremo) "Io sono Mia", uno struggente film che racconta l'intreccio pubblico/privato nella tumultuosa parabola terrena di Mia Martini, una straordinaria artista che ha avuto la carriera, e di conseguenza la vita, rovinate dalla diffusa chiacchiera secondo la quale la sua presenza portasse male a chi le capitava vicino. A vedere i tormenti di Serena Rossi (l'attrice che ha prestato il volto cinematografico alla dolcissima Mimì con un'interpretazione davvero sorprendente) c'è da star male, provando quell'infinita vergogna che dovrebbe cogliere chiunque ancora oggi, nel calcio come nel mondo dello spettacolo, addita qualcuno di menar gramo.

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