Riavvolgete il nastro. E tornate a Roma-Milan, 31 ottobre. L'Olimpico, i distinti di curva che alcuni chiamano Curvino e i tornelli. A rilento, lì davanti, per un po' di fila che diventa tanta tra la goliardia di chi canta, la fretta di chi ha gli amici già dentro che lo aspettano e pure qualche grammo di apprensione per chi, specie di questi tempi, in mezzo alla folla proprio non ci vorrebbe stare. Nulla di che eh, normale prassi di una entrata allo stadio quando si gioca una partita di cartello.
E allora, proprio perché normale, vi starete chiedendo perché – quasi venti giorni dopo – mi sono messo a fare questo racconto. Semplice: perché lì in fila, a cavallo delle porte verdi d'accesso che portano ai tornelli, proprio quando troppa gente era entrata in troppo poco spazio, sono capitato accanto ad un ragazzo che era con il figlio. Eccolo, allora, il protagonista della vicenda: quel bambino. Tenuto in mezzo, meraviglioso senso di protezione, tra il papà e un'altra persona – nel mio film, lo zio – verso quelle scalette che da chissà quanti giorni stava aspettando di scalare.

Non era agitato – ogni bimbo accanto al padre si sente sempre al sicuro – e teneva stretta nelle mani, arrotolata, una bandiera della Roma. Io sono patologico, lo so: vedo romanticismo anche dove, probabilmente, non c'è, ma in quelle mani così piccole strette su un sogno così grande, credetemi, poesia c'era per davvero. Perché me lo ricordo bene, da ragazzino, il valore di quella bandiera: sventolata pure dentro casa, tenuta fuori la finestra dopo una sconfitta più che una vittoria e poi al vento dalla macchina sulla Tangenziale, verso lo stadio, perché lo dovevano vedere tutti che eravamo della Roma e se qualcuno, davanti quei colori, avesse provato del fastidio… meglio.

Mi ci sono rivisto in quel bambino. Per questo mi sarei voluto far raccontare del suo calciatore preferito, dell'album delle figurine che certamente colleziona con cura e gli avrei chiesto, soprattutto, quante volte sul diario, sullo zaino e nei bagni della scuola – anche se non si potrebbe – ha scritto e scrive "Forza Roma". Perché a quell'età i sentimenti non sono stati ancora zavorrati dal timore di arrossire e le cose a cui si vuole bene si nominano di continuo. Proprio come quel bambino – romanista – che con una mano teneva quella del papà e con l'altra la bandiera giallorossa: quei tre non si lasceranno mai.