"Alla fine Kennedy – che gli inglesi chiamavano Barney – segna il rigore del 3-5. Ma questa versione di Barney non mi piace. Fine di che? Fine di cosa? Di un sogno? Non è forse l'inizio? Roma-Liverpool è la ferita più grande che c'è, ma se non si rimarginerà mai è perché fiotta storia, spurga orgoglio, è aperta e va dritta al cuore. E' il punto più alto della nostra storia. Fa male come fa male l'amore e nel ricordo è tremenda come la bellezza. Pulita, candida, pura come quella maglietta. Nessuno si deve azzardare a sporcarla. Questa partita è e sarà per sempre nostra, quella notte è ancora nostra, quel Capitano lo sarà per sempre. (...) Sapete l'attaccamento che può nascere da una perdita? È la vita che lo insegna e il Trenta Maggio è un giorno della nostra vita. Roma-Liverpool 3-5 non è un risultato, ma una data: 3-5. Trentacinque. Trenta Cinque. 30 maggio. Tenetelo nel cuore, c'è un Uomo che lo ha fatto e si è tenuto un'immagine della Curva di quella notte con un volo di colombe fino alla fine. Perché quella notte non è finita nemmeno dopo l'ultimo calcio di rigore, il cuore ha scelto un altro finale. Sapete la grandezza di quello che è successo dopo? Un coro: «Roma! Roma! Roma!».

Cinquantacinque secondi dopo il rigore di Kennedy, noi abbiamo scelto un'altra versione di Barney. Cinquantacinque secondi dopo, una specie d'inconscio che ha aspettato il tempo fra un rigore e l'altro prima di fare quel coro. «Roma! Roma! Roma!». Cinquantacinque secondi dopo era come se la Curva Sud tirasse il suo rigore. Era il suo turno. Per chi cantavamo? Per noi stessi? Per Dio? Per quello che era successo? Per quello che non era successo? Per tutti i nostri ricordi? Per quelle notti? Per un giocatore? Per il capitano? Io non lo so, ma cantavamo. «Roma! Roma! Roma!». (…) Io ho voluto bene ad Agostino per tutto quello che ho scritto e per tutto quello che non riesco a scrivere. Per me era il fratello maggiore che non ho mai avuto e mi dava sicurezza. La tranquillità che cerchi nella vita quando subisci un calcio d'angolo, io la ritrovo quando penso ad Ago. Se c'era lui in campo io avevo meno paura. Se c'era lui le cose si facevano sicuramente per bene. Io ho giocato una finale di Coppa dei Campioni avendo per Capitano Ago. E lui ha segnato il gol che ci ha portato in vantaggio per la prima e ultima volta quella notte. Lui ci ha fatto campioni d'Europa per 55 secondi e campioni nella vita col suo modo di dare serietà e amore. Io dirò sempre grazie a lui e a quella Roma. A lui e a quella curva. Io sarò sempre orgoglioso di Roma-Liverpool. È un vanto. È un racconto infinito. Pulito. Profondo. Pulito.

(...) E io quel giorno vorrò allo stadio gli «olè» per Tancredi, Nappi, Righetti, Bonetti (sì anche Bonetti) Falcão, Nela, Conti, Cerezo, Pruzzo, Di Bartolomei, Graziani... uno un po' più grande per Maldera ma non perché adesso sta in cielo, solo perché quella sera non c'era. Poi la portiamo ad Ago la Coppa. E la dedichiamo a lui e a chi è rimasto senza parole. A noi adesso che stiamo aspettando quel giorno lungo 55 secondi. Io penso che ci sia stato un tempo fatto di grandi persone, di grandi sentimenti e di grandi sospiri che si meritavano partite del genere. E sogni così grandi. E cuori così folli. E notti di dolore rischiarate dalla maglietta della Roma. Io penso a Geppo che era un poeta. Penso a chi aveva gli occhi belli come i tifosi della Roma di Agostino e come Agostino. Penso a tanti che non ci sono più, ma penso anche a chi c'è, a tanti ragazzi che hanno la luce dentro per questa squadra di calcio e che hanno rispetto per chi l'ha amata, semplicemente amata. Nella vita non puoi più che amare".

(Tonino Cagnucci, tratto da "55 secondi")