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«Aspetta, prima di tutto scrivi che Francesco Rocca ringrazia i tifosi della Roma perché hanno avuto parole bellissime dopo la nostra prima intervista. Li ringrazio con tutto il cuore». E non solo per le belle parole dopo un'intervista, piuttosto perché sono gli unici che non lo hanno lasciato solo. Anche in quel momento.

Siamo all'infortunio.
«Ero distrutto. Il responso non era quello previsto, non era il menisco, era il ginocchio. Però mi venne detto che era recuperabile».

Da chi?
«Dal professor Perugia. Parti sempre dal presupposto che io ero l'allievo, non il maestro. Io ho avuto sempre la sensazione che dovessi recuperare. E poi mi avevano detto che potevo farlo. Che sarei potuto tornare in campo per la Roma».

In quanto tempo?
«Sei mesi».

E invece?
«E invece era già finita. Quarantacinque giorni di gesso, un altro mese per riacquistare l'articolarità, mentre il tono muscolare non tornò mai. La riabilitazione all'inizio fu bella perché io sapevo che potevo tornare e quindi per me più passava il tempo più si avvicinava il momento. Però poi più passava il tempo, più rimaneva fermo all'incidente ».

E non tornavi quello di prima.
«Non è più tornato Francesco Rocca. Il ginocchio non si estendeva completamente. Faceva male. Si gonfiava e si sgonfiava. Tu hai scritto che ogni tanto mi fa ancora male e invece no: mi fa male sempre, 24 ore al giorno da 40 anni. Io faccio il ghiaccio tutte le sere da 40 anni. Ogni giorno, ogni sera, lo stesso gesto dal 1976. Ho consumato tre Polo Nord. I miei figli, la mia famiglia mi hanno visto crescere con questo gesto di mettermi il ghiaccio. E questo non è bello».

Eppure sei rientrato in campo.
«A Perugia... Perdemmo 3-0 ma io non ero più lo stesso. Non ero più io. Il giorno dopo il ginocchio si gonfiava poi si sgonfiava, poi si rigonfiava. Mi dava fastidio. Mi faceva male. Mi dicevano che era normale. Mi dicevano sempre che era normale,ma a me non tornava...La soluzione è nel video che ho scoperto tre anni fa».

Che video?
«Quello in cui il professor Perugia racconta a distanza di quarant'anni che dopo l'intervento disse ad Anzalone: "Rocca non gioca più". Dice: "Adesso vi racconto la storia di Rocca che è divertente". E tutti ridacchiano. Ma come è divertente? "Abbiamo aggiustato alla meglio". Ho visto la mia vita in differita».

Almeno lo disse al presidente che non avresti più potuto giocare .
«Ma non a me,e lo ha detto dopo 40 anni. Il giuramento d'Ippocrate è u n'altra cosa. Io mi sono operato altre 5 volte! Sai che significa quando scopri che era inutile anche un'altra volta soltanto? Sai che significa scoprire 40 anni dopo che tutto questo, tutto quell'enorme calvario è stato inutile!?».

Che significa?
«Io ci ho rimesso una gamba. Io sono rientrato 5 volte dopo 5 operazioni e ho fatto altre 70 partite in Serie A, giocando menomato con una gamba sola, quando non avrei potuto né dovuto giocare più nemmeno un minuto.Avrebbero dovuto dirmi tutto. È vero che se lo avessi saputo il giorno dopo mi sarei ammazzato, ma fai passare un mese e me lo dici. L'obiettivo tuo doveva essere quello di non farmi rientrare non quello di illudermi. Sabatini una volta ha detto: "Quando vedevo Francesco mi piangeva il cuore perché io l'avevo visto cos'era prima". Io l'illusione che potessi tornare l'ho avuta fino alla fine. Gli anni più belli della mia vita, quelli fra i 22 e i 27 anni li ho vissuti così, col dolore e con l'illusione. Ci ho provato fino alla fine anzi, ci ho provato 5 anni oltre la fine, perché Francesco Rocca aveva finito di giocare a calcio nell'ottobre del '76 al Tre Fontane". È stato un calvario mostruoso, questo lo devi mettere bene È STATO UN CALVARIO MOSTRUOSO che mi andava evitato. Allora veramente il mio amore è stato tradito, offeso, strumentalizzato. Io l'avevo accettato come un incidente professionale: hai voluto giocare a calcio ad alti livelli e può succedere di farti male. Hai voluto la bicicletta pedala e sappi che puoi cadere, ma se mi tagli il copertone prima della discesa non va bene».

Mai avuta la sensazione di poter tornare ai tuoi livelli?
«No, mai. Mi si gonfiava un giorno sì, l'altro pure, però mi dicevano sempre che era normale. Una volta glielo dissi al professore: "Scusi se questo di ginocchio è normale, allora operiamo quell'altro che sta bene"».

Hai continuato a provarci.
«Sempre. Fui mandato anche in America in tournée perché la Roma aveva un compenso se ci stavo io. La tournée fu sospesa perché io non potevo giocare, fecero 2 partite invece che 5, in tutte e due venni sostituito. Ma perché? Perché? Alla fine, nel 1981, il giorno del mio compleanno a Brunico ho detto basta».

Che c'è stato dopo il "basta"?
«Tutto questo che ti sto raccontando adesso, per la prima volta in un'intervista. Sono diventato maestro da allievo che ero per dare un senso alla vita. Dopo che ho smesso ho fatto altri interventi e mi sono pagato tutto da solo».

Non ti ha aiutato nessuno?
«Nessuno ».

La Roma?
«La Roma la amo. La Roma non me la toccano. Tutto questo non c'entra nulla con l'amore mio per la Roma».

La Roma?
«Io i nomi non li faccio».

Quando ti ritiri ci resti alla Roma però.
«Sì, come osservatore del settore giovanile ma capivo, giorno dopo giorno, che non era per me».

Cosa avresti voluto fare?
«L'allenatore, anche del settore giovanile, ma allenatore. Perché io avevo individuato in quel ruolo il modo per poter ancora essere felice nel mondo del calcio e soprattutto avevo individuato in quel ruolo la possibilità di aiutare i giovani, di diventare maestro. Così potevo evitare a qualcuno di ripetere la mia esperienza. Ma giorno dopo giorno mi sentivo sempre più solo. Quando cadi in disgrazia dai fastidio.Se ne fregano tutti. Nessuno mi rispondeva più al telefono. Ero solo».

Qualcuno che si è salvato?
«No ».

Nessuno?
«Nessuno e nessun nome, ma scapparono tutti come conigli. Questo lo devi scrivere bene: SCAPPARONO TUTTI COME CONIGLI. E io non capivo. "Ma come, io ho dato sempre tutto?"...».

I tifosi, però.
«I tifosi non m'hanno mai lasciato solo. Hai visto la gente che c'era quella sera nella partita d'addio? Pensa che quella sera c'erano pure i lavori in Curva Sud. La gente mia».

E Rocca da solo, ma coi tifosi nel cuore, che ha fatto?
«Mi iscrissi al corso di Coverciano, mi misi a studiare, a vedere, e a rivisitare tutto quello che mi era successo. Ho fatto il supercorso e il dottor Franchi, presidente della Figc, il secondo anno, ancora prima della fine venne da me per dirmi: "Mi hanno detto che lei è molto bravo, se vuole può allenare qui"».

E tu?
«Io risposi ringraziando ma dicendo che la mia passione era la Roma, che se la Roma mi avesse dato la possibilità di allenare sarei rimasto alla Roma. La Roma prima di tutto ».

Eppure stavi per andartene. Che successe?
«Che Franchi morì in un incidente stradale, la Roma mi mandò via, io rimasi senza niente».

Perché la Roma ti ha mandato via?
«La Roma non aveva programmi su di me. Io rimasi scioccato perché a uscire dalla Roma non ci avevo mai pensato. Del resto non dico niente, altrimenti ci rimetti anche tu con quest'inter vista».

Si può solo dire che tu non l'avresti mai lasciata?
«Questo sì. Io non l'ho mai lasciata. Io non ero in grado nemmeno di affrontare l'esterno perché avevo vissuto sempre con la Roma e per la Roma. Non sapevo che fare».

E che si fa quando non sai che fare?
«Si lotta. Sono tornato in Federazione e raccontai le parole di Franchi al dottor Borgogno il quale disse: "Quello che ha detto il dottor Franchi per noi è legge". Da quel giorno entrai in Federazione».

E ...
«E chiusi la porta con la Roma. Dissi da adesso in poi non voglio più uscire da qui. Io ringrazio e ringrazierò per tutta la vita la Federazione per avermi accolto e per avermi permesso di allenare pure con tutte le cose che mi sono state fatte e dette. In quel momento mi ha abbracciato. Mi ha salvato letteralmente. Io stavo senza una gamba, senza lavoro, senza prospettive».

Nemmeno i soldi della partita d'addio. . .
«No. So che hanno incassato 200 milioni io ho avuto 200.000 lire. Ma, ricorda, parliamo di uomini non di Roma. Io la Roma nella sua entità non ho mai smesso di amarla. In Figc ho ripreso a vivere».

Cosa ti sei detto il primo giorno lì.
«Che sarei diventato un grande allenatore. Lo devo ai ragazzi. Diventare maestro per dare un senso alla vita. Essere d'esempio. Allenare. Faticare. Lavorare. Ho studiato la biomeccanica. L'alimentazione. Il mio concetto base era quello di non scorporare mai l'allenatore dal preparatore, visto tutto quello che mi era successo. In questi 32 anni io ho fatto esperienze straordinarie e ognuna l'ho scritta, guarda qui....». Tira fuori una valigia piena non di ricordi ma di qualcosa di più grande, quaderni, quadernoni, block notes. Li legge. Li fa vedere. C'è appuntato tutto. «Scrivevo tutto, l'arbitro, le valutazioni generali, il comportamento mio, quello dei ragazzi... Guarda qui ho perso la finale Under 20 con Cristiano Ronaldo. Leggi: "...Comunque la professionalità, la disciplina e l'immagine della Federazione sono state salvaguardate anche in condizioni di grandi difficoltà, la dirigenza non gradisce la mia conduzione secondo loro troppo severa ... La realtà è che il mio comportamento è professionale e meritocratico mentre qualcuno vuole anarchia e clientelismo". Infatti nella stagione successiva mi hanno messo all'Under 17».

Chi decise?
«Mazzini».

Quello di Calciopoli?
«Sì, ma lascia stare gli uomini anche qui... La Federazione mi ha fatto lavorare. Sono diventato allenatore. Io ho curato la parte atletica della Nazionale con Vicini, Zoff e Maldini. Ho fatto tutta la preparazione a Italia 90: zero infortuni muscolari».

In quel Mondiale?
«In 27 anni di carriera da allenatore. Zero. Niente. Nessun infortunio muscolare mai. Ho un mio segreto. Ho codificato un metodo, basato sulla velocità. Il possesso palla dev'essere veloce sin dalla fase dell'allenamento. È vero, io faccio allenamenti durissimi ma senza far sì che i giocatori si facciano male. Curo alimentazione, biomeccanica, peso ideale e lavoro sul campo, garantisco che il capitale giocatori non solo venga salvaguardato ma sfruttato al meglio. Nessuno mi ha mai visto allenare, quello che si dice su di me sono favole. La fatica non esiste. Se sei stanco o sei malato e ti devo curare o sei poco allenato e ti devi allenare di più . Il muscolo è come la batteria della macchina se si ferma si scarica. Ovviamente c'è un metodo: il metodo più importante è l'esempio ».

Essere Francesco Rocca.
«Sì, ogni allenatore riproduce se stesso. Solo io teoricamente posso fare i kawasaki. Solo diventando maestro. Per i più giovani. Per i calciatori. Per il rispetto dei tifosi. Ah, a proposito mi raccomando».

Cosa?
«Ringraziali tutti. Io li ringrazierò sempre. Io mi meraviglio che mi hanno fatto entrare nell'Hall of fame. Ho giocato solo tre anni... Veramente non lo capisco nemmeno adesso perché mi vogliono così tanto bene....».

Noi sì.

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