Se parliamo di calcio considerando le circostanze, il momento, l'avversario e anche il fatto che in questa stagione non siamo mai stati il Brasile forse è stata la miglior Roma della stagione. Se parliamo di sentimenti non parliamo perché l'emozione non ha voce e stanotte da un certo punto in poi non ce l'ha avuta per davvero. Se parliamo di sentimenti è un casino. Con la coreografia che commuove, poi la contestazione presente, poi quella assente, chi se ne va (la totalità dei gruppi tranne i Fedayn), chi resta, chi magari non se ne voleva andare ma è uscito, chi magari non voleva rimanere ma è rimasto, la giusta giustissima richiesta di rispetto e la sacrosanta necessità di far vedere cosa avevamo dentro a chi evidentemente ha tenuto gli occhi chiusi.

Poi alla luce della partita giocata ieri la rabbia per la prova di Firenze aumenta ancora. Pure tanto. Perché sottolinea l'errore di aver sottovalutato, di non aver capito che per i tifosi della Roma la partita che contava, che valeva per mille significati era soprattutto quella del Franchi piuttosto che questa pure ovviamente fondamentale per la Champions. Anzi, meglio, che contavano tutte, perché conta sempre quando gioca la Roma. E tu non puoi perdere in quel modo. E non puoi far finta di niente. Solo questo, più che una specie di derby fra chi è ancora attaccato al calcio che è sempre stato, la Coppa Italia, la voglia sacrosanta di cercare di vincere, e il piazzamento da tanti tanti soldi sicuramente necessarissimo al calcio di oggi ma molto meno al nostro cuore.

Speriamo che a Trigoria abbiano capito cosa ha significato per noi quella prestazione e quel tabellino di Firenze. Ha fatto malissimo. Ieri a un certo punto è stato bellissimo, all'inizio, con la curva così romanista, così orgogliosa malgrado tutto, col ritratto di Antonio De Falchi che essendo uno di noi, ognuno di noi, era tanti ritratti, poi la contestazione e il vuoto che è un tuffo al cuore. Ognuno ha il suo modo di amare. L'importante è che sia amore. Anche la discriminante per una contestazione è solo quella, oltre alla civiltà, se fatta col cuore che fa male o meno. Sicuramente nessuno ieri è stato contento. E poi il Milan che vinceva e stavolta non era proprio giusto, e la Roma che stranamente reagiva e che cavolo dacci almeno ‘sta vittoria che ci serve al cuore.

La paura della beffa alla fine che avrebbe fatto tutto amaro e così insopportabile anche questa notte appena passata invece tra mille sapori, tanti rimpianti, una mezza speranza e una sensazione che non si riesce a definire. Che forse siamo comunque vivi. Che siamo romanisti. Perché oltre al ricordo santo di Antonio solo due cose appaiono chiare: che c'è un non so che di giustizia nel gol fatto dal ragazzino perché la sua tigna, la sua nettezza, la sua voglia così nostra si meritavano un distinguo in questa situazione, e poi Daniele De Rossi. Daniele De Rossi punto. La partita che ha fatto, come l'ha fatta, la tristezza e la rabbia per tutta questa situazione che gliela leggevi in faccia prima, durante e dopo, l'impossibilità di arrendersi che è esattamente l'impossibilità di non essere della Roma, è il sole di questa notte. È la cosa che ci riempie e che ci definisce come romanisti. Perché alla fine di questa notte strana, forse sbagliata c'è un'altra cosa che appare più chiara delle altre: che mettetela come vi pare, anche dopo un 7-1 di merda, contestazione o no, presenza o assenza, 1, X o 2 se sei della Roma non potrai mai smetterlo di essere. Ed è il tuo privilegio.