41 anni in un giorno
8 maggio 1983: alle 17.45 finisce “la poesia dell’attesa” e “usciamo dalla prigionia del sogno”. A Genova contro il Genoa con cui eravamo gemellati diventiamo campioni d’Italia. Per sempre
Ogni volta che scrivo di questa partita comincio sempre con un numero 41. Che poi non è un numero, ma sono gli anni passati da quel giorno di giugno coi fratelli Lalli e questo pomeriggio, di nuvole e sole, di Genova. Quante vite ci sono in quarantuno anni? Quante Roma dentro? Lo Scudetto 1982/83, quello Scudetto contro la Juve più forte di sempre, agli inizi di questi anni Ottanta, quelli delle maglie belle, degli stadi pieni, gli anni delle nostre canzoni. I migliori della vita di tutti i romanisti. Genova per noi non era città lontana, ma vicina. Genova per noi era un gemellaggio, era sempre stato un altro Nord, introverso ma non ostile.
Genova per noi era anche la coincidenza più felice possibile: ai rossoblù sarebbe bastato un punto per la salvezza aritmetica, esattamente quanto mancava alla Roma per il tricolore. Mai come per questa partita l’X sarebbe stata la sintesi perfetta. L’incrocio fra tutto. Abbiamo avuto anche l’incredibile tempo per gustarcelo, questo Scudetto, persino il paradossale tempo – per chi aspetta già da quarantuno anni – di spizzarselo e mandare i pensieri più intimi ai luoghi e alle persone più care. Alle 10 dalle parti di San Lorenzo a Genova, a piazza De Ferrari già ci sono i primi tifosi della Roma con le bandiere. Alle 13 arrivano “quelli di Testaccio”, con un bandierone di 80 metri per 10: saranno tanti i lenzuoli con cui sarà avvolta e in cui dormirà per giorni e giorni Roma. Un’ora dopo un giornalista della «Gazzetta» segnala l’arrivo della famiglia Rossi da Fiumicino con una Ford Taunus: marito, moglie e quattro figli. Gli anni Ottanta erano anche queste famiglie, questi viaggi. C’è praticamente tutto il Commando Ultrà: c’era sempre stato. In campo i ragazzi della Sud e quelli della Fossa dei Grifoni rinnovano il gemellaggio, con un giro da porta a porta, un bandierone rossoblù tenuto da quattro mani in orizzontale, e due bandieroni romanisti a sventolare. Alle 15:45 la sciarpata unisce tutti. Manca un quarto d’ora e ci si potrebbe perdere in quel mare. In tribuna c’è Masetti, che è primo portiere, perché lui c’era quarantuno anni prima e ci dev’essere anche adesso. Ecco le 16. È il 20’, calcio d’angolo di Conti dalla nostra destra, palla respinta fuori area dove c’è il Capitano, Agostino Di Bartolomei. Un tocco per prendere il pallone, un altro per aggiustarselo e il terzo per lo spiovente leggermente spostato da sinistra verso il centro. E al centro c’è il 9, c’è l’attaccante che ha sempre fatto gol e il primo della sua vita in serie A proprio col Genoa, alla Roma. Gol. Uno a zero. La Roma si abbraccia il suo attaccante, fa gruppo bianco attorno a questo vantaggio che, da una parte, stra-rassicura tutti, ma dall’altra rischia di valere come un guanto di sfida, di rompere un equilibrio fra colori e sentimenti che era stato comunque perfetto. La Roma lo capisce. La Roma lo sa. I tifosi pure. Erano la stessa cosa. Per questo quasi nessuno si scompone quando Giuliano Fiorini, a 2’ dalla fine, fa l’1-1.
Adesso basta, intervallo. Adesso basta nel senso che l’intervallo è infinito. Non si ritorna in campo per giocare la partita ma per accompagnare il Genoa alla salvezza e Roma alla gioia più grande della loro vita. Non succede più niente perché sta per succedere tutto. Mancano 4’, mancano le parole adesso. Facciamo parlare solo chi c’era da questo momento in poi, il momento in cui la Roma diventa Campione d’Italia. Linea a Enrico Ameri in diretta a Tutto il calcio minuto per minuto: «È un momento eccezionale, gentili ascoltatori, che non abbiamo mai descritto nel corso di nessuna partita, di nessuna conclusione di nessun campionato di serie A che abbiamo descritto in circa 23 anni di attività in questa trasmissione Tutto il calcio minuto per minuto… È la fine! La Roma è campione d’Italia! Sono le 17:45».
Lino Cascioli su «Il Messaggero» scrive una cosa bellissima: «La poesia dell’attesa, coltivata come una religione per anni, con le speranze, le illusioni e le dannatissime, inutili cose che avevano aiutato i tifosi a sopravvivere, sono state incendiate da quell’esplosione e adesso bruciano in mille focolai». Il focolaio più bello è quello davanti alla panchina di Liedholm, il Barone, con Geppo, il poeta della Sud, che si abbraccia il suo allenatore. È la Roma, che è aristocratica e popolare. Nello spogliatoio, dopo che hanno parlato tutti, già vestito, c’è Di Bartolomei: «Le somme sono che la Roma in tre campionati è la squadra che è stata più in testa di tutti. Ovviamente c’è grande entusiasmo per una città che arriva a questo titolo dopo 41 anni. È anche giusto». È anche giusto finire con le parole di Agostino. Anche se Agostino poi non è stato giusto tutto quello che è venuto dopo per te.
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