Allora, pensate se vostro figlio riuscisse a realizzare un sogno, o se voi riusciste a realizzare un sogno. Magari anche quello sputtanato ma sicuramente spudorato di fare il calciatore. Che a 19 anni esordisca in Europa al Bernabeu contro il Real Madrid. Poi giochi con la Roma e corra, voli e segni. Ma non gol facili, né normali, segni correndo, volando, arrestandosi in controtempo, spiazzando, con uno scavetto (Sassuolo) oppure con l'aratro (Torino) se finisce a terra. E poi le notti di coppe e di Campioni e diventi il primo calciatore a quell'età, che è l'età dei sogni di tutti ma per lui quella della realtà di un sogno, a segnare una doppietta in Champions League. Sotto la Sud. Col Porto. Ancora senza vessillo. E poi altri scatti, altri scorci, tutta la freschezza del mondo e le promesse che non sembrano aver bisogno di particolari giuramenti per essere mantenute. Poi in una partita di inizio anno, in un lampo, in una delle discese ardite non ci sono più risalite, ma un crac. Stok. Uno strappo. Qualcosa che salta. Un legamento. Un crociato. L'ala diventa qualcosa da trascinare e da operare. I sogni puzzano di anestesia. I sogni che erano già realizzati tornano tutti nuovamente e maledettamente da realizzare. Macché sogni, anzi: qui l'importante è appena tornare a giocare.

Mentre Roma ti accarezza il ginocchio. E hai poco più di 20 anni ancora: torni. Riassapori tutto. Risenti l'odore dell'erba e la freschezza del vento. Corri. Fai un gol che sembra l'azione perfetta speculare ma opposta di quella in cui tu hai lasciato un ginocchio. Contro la Spal. È estate. Era inverno quando ti eri fatto male. Ora senti il profumo delle sere, ritorni a volare. Il freddo è passato. Ecco, tutta questa è già una grande storia, però non è finita: immaginate che dopo tutto questo a voi, a vostro figlio, a un amico, a Nicolò Zaniolo, giocatore che conosce il vento, calciatore punk con lo schiaffo dell'arte tra i piedi, capace di tutto, succeda di rifarsi male. Rifarsi lo stesso male. No. Stai dicendo «è troppo» pure se già lo sai che è veramente (ri)successo. Rompersi un'altra volta il ginocchio, stavolta quell'altro, il sinistro: è pesante già solo immaginarlo. Pensate che ha pensato, provate a provare che ha provato, dover ricominciare per la seconda volta quello che già la prima sembrava impossibile aver ricominciato. Pensate adesso che qualcuno gli sta dicendo indegno di giocare con la Nazionale la semifinale (e forse la finale) di Nations League dopo tutto questo e senza un piccolo particolare: sapete a chi, dove, quando ha lasciato il suo crociato Nicolò Zaniolo? All'Italia in Nations League. Olanda-Italia di Nations League. Oggi l'Italia gioca la Nations League.

Bocca di rosa al confronto godeva di una buona stampa, e aveva meno gente a darle buoni consigli una volta impossibilitati a dare il cattivo esempio (tipo qualche dito medio datato del ct e di qualche altro giocatore qua e là di stretta attualità). Anche meno comari del paesino dei giornali che ti bacchettano (col loro malcelato fastidio che sembra dirti cambia testa, e cambia pure squadra), ma che non scrivono una parola sulle Tv che paghi e non si vedono, sulle multiproprietà, sulla Figc che aspetta ancora l'esame di Filologia Romanza di Suarez, sui protocolli Covid e su quelli del Var come, quando e con chi funzionano, sugli arbitri che in Italia non si possono nemmeno minimamente discutere mentre quelli internazionali diventano subito in malafede se fischiano un rigore contro le italiane.

Zaniolo ha dato alla Nazionale e alla Nations League un ginocchio. Un crociato e quei sogni e tutte le sue paure e tutte quelle 50 righe che avete letto prima. È stato fuori 11 mesi. Io non spero in una sua impossibile convocazione perché personalmente già penso a Torino e pure al Bodo, però sarebbe da pretenderla visto quanto ha dato Nicolò per questa maglia in questa competizione. Sarebbe da pretenderla soltanto perché poi lui possa dire ancora una volta e ancor più nettamente «no» per un risentimento muscolare. E io spero sia proprio solo il muscolo del cuore.