La gioia fa parecchio rumore è vero. Ma forse la felicità non si può dire. Quando dopo 41 anni abbiamo vinto lo Scudetto, a Genova l'8 maggio 1983, il giorno dopo il Corriere dello Sport titolò "Un urlo: Roma": rendeva bene il silenzio e il rumore di quarantuno anni. Finalmente dopo tante vite (ce ne stanno tante, sicuramente più di una in 41 anni) la Roma vinceva lo Scudetto e quell'urlo dava l'idea anche di quello di cui non potevamo avere idea, si portava dietro tutte le Roma che non avevamo visto, quello che avevamo detto e sperato e quello che non speravamo e non potevamo dire più. "Un urlo: Roma". La foto era quella di Liedholm portato in spalle dai tifosi dopo essere stato abbracciato da Geppo. A Genova, e nel mondo, erano le 17.45. Per noi era la nostra ora. Quante ore ci stanno in 41 anni? Un attimo. L'abbraccio fra Geppo, il poeta del Commando Ultrà, il ragazzo che scrive al Guerino «che forse è teppista perché pensa troppo» e il Barone, se le prende tutte quelle ore passate, perse, sognate, annoiate, ed è l'immagine più bella di quella Roma Campione: il barone e l'ultrà, l'allenatore e il tifoso, la Roma aristocratica e popolare in un abbraccio, in uno scatto solo, tutto. Era un urlo anche quella foto.

Non capitava da 41 anni di poterlo strillare. Quell'urlo riprendeva l'eco di un altro che non s'era mai spento ed era stato messo per iscritto. Addirittura. Sono poeti i romanisti. Quarantuno anni prima a via Flaminia la Roma per la prima volta e per sempre vinceva il suo primo tricolore; 41 anni prima c'era già un attesa di 14 anni, e non è solo un modo per rigirare i numeri, è la verità: la Roma è nata contro il potere del Nord, della Juve, dell'Inter, del Milan del Genoa, della Pro Vercelli, del Bologna, del Torino, quelle avevano solo e soltanto vinto sempre, quelle più persino Novese e Casale, quelle erano prima le regine del girone settentrionale e poi di quello nazionale, mai nessuno mai prima si era avvicinato a vincere per davvero un tricolore fuori da quella cerchia. La Roma fu eterodossa. Fu un'eresia per loro. Una stecca per loro, un do di petto per noi. Era nata apposta, non tanto per vincere, ma per sfidare. Per urlare un urlo: Roma.

La Roma è nata all'opposizione e già in quei 14 anni avrebbe meritato di diventare campione. Si trattava di dare un nuovo senso all'Italia pallonara e non solo a quella. C'erano già state trasferte oceaniche, c'era già stato tutto Testaccio (1929-1940), un sogno, una città, uno Stadio. Il tifoso della Roma è nato con la Roma addosso, un'epifania e insieme già un'attesa. C'era stato Viola che da Pontedera aveva portato la sposa Flora in bicicletta a Livorno in una trasferta pressoché decisiva per quel campionato del '42, c'era il giovane Egidio Guarnacci che a 8 anni andava allo stadio a vedere la Roma accompagnato da un cameriere del ristorante del papà di via Borgognona. C'era Masetti, capitano, che appena arrivato a Roma aveva visto il mare da San Pietro e che sarebbe riandato a vederlo a Genova l'8 maggio dell'83. C'era Amadei, la poesia di un attaccante che portava il pane con la bicicletta. Non c'era Cerretti, l'Angiolino della Roma, quello citato dalla Sud col Gent («Fiore d'erbaccia non ponno vive in maglia giallorossa quelli che c'hanno er core sottotraccia») l'uomo, non solo il massaggiatore, di una vita era andato da poco sul fronte russo: tornerà e non dirà una parola della guerra in Russia.

La gioia fa rumore, l'orrore ti toglie le parole. Ma quando morirà la sua bara sfilerà a Testaccio. Casa. Non c'era più Omero Carmellini, che in Russia perderà le dita del piede destro dopo aver giocato un anno con la Roma. C'erano i popolari, le tribune, i baroni e i Geppo, tutti gli spalti pieni di strana, felice, inedita attesa la mattina del 14 giugno 1942 contro il Modena. La Roma era in testa ma doveva solo vincere per avere la sicurezza. C'era Roma e fatela rispettare quando qualcuno si permette di dire qualcosa su questo Scudetto enorme, vinto all'ultima giornata sul Torino che soltanto dopo questo Scudetto sarebbe diventato grande. Abbiamo vinto il primo tricolore sotto la linea gotica e siamo stati l'ultima squadra a battere il Grande Torino. Rispettate la storia. Rispettate la gente che ha tifato Roma da sempre. Rispettate chi è stato Roma prima di noi e ci ha fatto romanisti. Poeti. Anche in uno striscione, in uno stendardo. Ce n'era uno quel giorno, il 14 giugno 1942 e quando venne esposto lo stadio fece un attimo silenzio: c'era scritto W la Roma Campione d'Italia. Ma era un urlo.

Lo avevano preparato i cugini Francesco e Gioacchino Lalli. Due romanisti. Abitavano a Centocelle, quel giorno presero il tram fino a Porta Maggiore, da lì l'autobus fino a piazzale Flaminio e a piedi fino allo stadio. Quel giorno – il 14 giugno 1942 – era il giorno dello Scudetto della Roma. Quando lo srotolarono in tribuna lo stadio applaudì: quello stendardo esprimeva per conto di una generazione un'emozione troppo grande da dire a parole. Per loro, per Francesco e Gioacchino, era letteralmente così: erano sordomuti. Scrissero quello che non potevano urlare. Perché la gioia fa parecchio rumore, ma la Roma non si può dire. È quell'urlo che senti dentro.