Abituato a macinare chilometri, ora ha superato anche gli ostacoli maggiori che poteva incontrare. Marco Barbieri, 56 anni, ex dipendente e tuttora tifosissimo della Roma, fa il tassista. Dal 17 marzo la sua esistenza è stata segnata dal contagio del Coronavirus, che lo ha mollato dopo quaranta lunghissimi giorni di lotta. Una dura esperienza di vita che gli ha cucito addosso uno dei cori storici della Sud. Gli stessi che lo hanno aiutato a uscirne: «Cantarli mentre ero ricoverato mi caricava», ci rivela raccontando la sua storia. Diventata nota dopo il video pubblicato sui social dalla figlia Clarissa: un lungo e commovente abbraccio col papà di ritorno dal ricovero. 

Tua figlia ti ha letteralmente travolto. 
«Sì, è stato stupendo. La mia famiglia pensava che sarebbe trascorsa un'altra settimana per rivederci». 

Non sapevano delle tue dimissioni? 
«Loro no, ho preferito fare una sorpresa ed è stato anche più emozionante in questo modo». 

Chi ti ha portato a casa? 
«Un mio amico d'infanzia, uno dei pochi a cui avevo rivelato che sarei uscito. Gli è costato un po' di tempo nel chiedere le autorizzazioni, ma l'alternativa era rientrare in ambulanza e ho preferito così». 

Cosa hai pensato nel tragitto? 
«Che finalmente l'incubo era finito e che non vedevo l'ora di riabbracciare i miei cari». 

Dopo quanto? 
«È cominciato tutto il 17 marzo e il giorno dopo sono stato ricoverato al Sant'Eugenio». 

Come hai capito di aver contratto il virus? 
«È salito in taxi un cliente che veniva da Milano. Io avevo la mascherina, lui no, e quando gli ho dato il resto ho dovuto sfilare il guanto, poi mi sono toccato gli occhi e da lì in poi ho cominciato a stare male». 

Con tutti i sintomi classici? 
«Sì: prima un forte mal di testa, poi tosse e febbre alta, ho capito subito che la situazione era seria». 

Il ricovero è stato immediato. 
«Il giorno dopo: al Sant'Eugenio mi hanno prestato i primi soccorsi e sottoposto alle analisi. A distanza di tre giorni sono stato trasferito allo Spallanzani, le condizioni dei miei polmoni erano gravi». 

Ti hanno intubato? 
«Era una delle ipotesi, ma è stato deciso di utilizzare il casco, uno strumento che non tutti reggono». 

Perché? 
«Si tratta di una scarica di ossigeno puro, tipo quello somministrato agli astronauti, come un vortice d'aria che impatta ad alta velocità». 

Una prova piuttosto invasiva in una situazione già di base difficile da affrontare. 
«Considera che il casco va tenuto tutto il giorno e nel mio caso l'ho fatto per due settimane consecutive, usufruendo soltanto della piccola apertura di una valvola per mangiare e di un foro delle dimensioni di una cannuccia per bere. Avevo bisogno di piccoli sorsi ogni quarto d'ora per non far seccare la gola». 

E allo scadere dei quindici giorni hai potuto toglierlo? 
«Non proprio. Per altri 4 o 5 giorni, ogni quattro ore ne avevo due in cui potevo restare senza. Man mano che il respiro si avvicina alla regolarità, il livello dei filtri viene diminuito, fino al punto di poterne fare finalmente a meno». 

Sembra un percorso terribile: lungo e faticoso. 
«Lo è. È durissimo. Considera che io sono risultato positivo a sei tamponi su otto». 

Come reagivi quando ti davano i responsi? 
«All'inizio ho pensato che non l' avrei superata, poi ho iniziato a caricarmi, a convincermi che questo male non poteva sconfiggermi. Con gli aiuti giusti se ne esce». 

Quali sono stati i tuoi? 
«Il pensiero delle persone care: la mia famiglia, gli amici più cari. E poi i medici e gli infermieri: sempre a disposizione, non ci hanno mai lasciati soli, passavano da noi in continuazione». 

Un supporto anche psicologico quindi. 
«Autentico e forte. Sono stati preziosi nel darci speranza. Veri e propri angeli, non li ringrazierò mai abbastanza, bisognerebbe istituire un premio per queste persone». 

Qualcuno li ha definiti eroi. 
«Lo sono davvero. Fuori forse non si ha totale percezione del grandissimo lavoro e dei sacrifici che compiono, ma per me sono diventati fratelli e sorelle. Tiziana, Roberta, Elena, tutti quelli che mi hanno accudito: non li dimenticherò mai».

Anche la tua Roma ha reso omaggio al personale sanitario. 
«Ho saputo. E ne sono felice, ma non avevo dubbi, è sempre stato un club attento al sociale e anche stavolta è stato fra quelli che si è mosso prima e in modo intenso». 

Allora avrai saputo anche delle iniziative benefiche. 
«Sì, mi ha reso orgoglioso. Sono sempre stato fiero della mia squadra, ora se possibile di più». 

Hai lavorato anche dentro la Roma in passato. 
«Fino al 2006, un'esperienza fantastica. Dico sempre che ho vinto uno scudetto da tifoso e uno da dipendente della Roma». 

Qualcuno si è fatto vivo con te in questo periodo? 
«Tanti. Daniele De Rossi, un grandissimo. E poi Cufré, che mi chiamava quasi ogni giorno dall'Argentina. E Delvecchio, Panucci, Candela, Di Francesco. Fra i mister, Capello e Delneri». 

Sarai stato contento... 
«Molto. Ma quelli che mi hanno dato la forza vera sono stati gli amici di Curva, quelli del gruppo R.V. e tutti gli altri: straordinari, hanno anche aiutato la mia famiglia, spero di ringraziarli presto da vicino». 

Ti manca il calcio? 
«È il gioco più bello del mondo e la mia prima allo stadio è datata 1974, ma ora bisogna pensare ad altro». 

C'è chi vorrebbe riprendere. 
«Con quale coscienza? Non sanno di cosa parlano. Per me è assurdo, questo virus ha distrutto il mondo, ogni giorno si fa la conta dei morti, il campionato deve finire qui». 

Sono cambiate le tue priorità? 
«Per forza. Mi sento un miracolato. Un mese fa avevo bisogno di punture di cortisone per respirare, oggi ho riabbracciato la vita». 

E le tue paure? 
«Ho temuto di non farcela, ora nulla mi fa paura. Quando ho cominciato ad alzarmi, poi a fare tre passi, mi sono caricato fino a cantare». 

A cantare? 
«Sì, i cori della Curva. Mi hanno liberato, mi scaricavano i nervi e serviva anche agli altri». 

Come? 
«Il paziente della stanza accanto bussava al muro chiedendomi di farlo ancora, caricavano pure lui». 

Qual è stata la prima cosa che hai fatto appena dimesso? 
«Ho annusato l'aria: due grandi respiri prima di riprendere a camminare, mi sono sentito rinascere». 

Se chiudi gli occhi...? 
«Vedo quello che ho sognato in ospedale: un campo di grano tutto giallo, pieno di farfalle colorate».