Quando si parla dell'Olanda degli Anni 70 - quella di Cruijff e Neeskens, per capirci - c'è la tendenza a definire l'Arancia Meccanica come la più grande squadra a non aver mai vinto il Mondiale. In realtà, però, vent'anni prima della finale del 1974, nella Coppa del Mondo che si disputò in Svizzera, la Germania Ovest ebbe la meglio su un'altra grandissima selezione: quella ungherese, in cui militava - tra gli altri - un certo Ferenc Puskás. Quella nazionale è ancora oggi ricordata con il nome di "Aranycsapat", la Squadra d'Oro, in virtù della medaglia d'oro conquistata alle Olimpiadi di Helsinki del 1952. L'undici allenato da Gusztáv Sebes era una macchina perfetta, capace di rifilare 6 gol all'Inghilterra a Wembley e 3 all'Italia nel giorno in cui fu inaugurato lo Stadio Olimpico. Un'anticipazione del calcio totale, frutto di una generazione di talenti mai vista prima, che tra il '50 e il '54 perse una sola gara: la finale dei Mondiali, a Berna, contro la Germania Ovest. Avanti di due gol, l'Ungheria subì la rimonta dei tedeschi e nel finale si vide annullare un gol regolare.

L'ala perfetta

In quella squadra militava anche Zoltán Czibor, talentuoso esterno d'attacco tutto dribbling e velocità, ma con il senso del gol di un centravanti. Prima di Garrincha e George Best, il funambolo magiaro fu il prototipo dell'ala perfetta, capace di giocare sia a destra sia a sinistra. Aveva il volto spigoloso, con gli zigomi alti e un naso importante: agli italiani avrebbe potuto ricordare Giorgio Gaber. Se lo si fosse incontrato per strada - o più probabilmente in un bar, data la sua passione per il vino e le ore piccole -, chiunque avrebbe potuto scambiarlo per uno scrittore o un poeta. Iniziò nel Ferencváros, ma quando la squadra dell'esercito e del Partito, l'Honvéd, lo chiamò, Czibor non poté tirarsi indietro e raggiunse i suoi compagni di nazionale Puskás, Boszik e Budai. La squadra, che di fatto costituiva i nove undicesimi di quella Grande Ungheria, dominava senza alcuna concorrenza il campionato magiaro e si apprestava a fare lo stesso anche in Coppa dei Campioni nella stagione 1956/57. Ad ottobre, però, l'atmosfera in Ungheria si era fatta rovente: spirava il vento della Rivoluzione. Stanche del dominio sovietico, centinaia di migliaia di persone si erano riversate nelle strade di Budapest, immediatamente imitate dai loro connazionali delle altre città, e dopo varie vicissitudini il Partito dei Lavoratori nominò primo ministro Imre Nagy. I carrarmati sovietici non si fecero attendere e, nel giro di dieci giorni, la Rivoluzione del ‘56 fu annegata nel sangue.

A fine novembre l'Honvéd si recò a Bruxelles per disputare - in campo neutro - la gara di ritorno degli ottavi di Coppa dei Campioni contro l'Athletic Bilbao. Dopo il match, però, preoccupati per l'atmosfera di terrore e violenza, molti giocatori si rifiutarono di rientrare in Ungheria e decisero di fuggire all'estero. Tra questi, anche Zoltán Czibor e Ferenc Puskás, che con le rispettive famiglie scapparono in Italia. Per un breve periodo, i due fuoriclasse soggiornarono in un campo per rifugiati politici che si trovava ad Alatri, ottanta chilometri a sud di Roma, e con la squadra locale disputarono anche alcune amichevoli. Quindi Puskás si trasferì sulla costa ligure, a Bordighera, e giocò la celebre gara tra Signa 1914 ed Empoli, prima di lasciarsi convincere dai tanti pesos di Santiago Bernabeu a trasferirsi a Madrid.

Czibor a Roma

Czibor, invece, nella primavera del 1957 fu portato alla Roma dal suo connazionale György Sárosi, all'epoca allenatore dei giallorossi. In un'intervista del Corriere dello Sport al presidente romanista Renato Sacerdoti del 20 dicembre 1956, si legge infatti: «Per un anno e mezzo Czibor sarà giallorosso, poi vedremo. Il contratto che la Roma ha stipulato con il calciatore ungherese rappresenta oltre che l'applicazione pratica del criterio di continuo potenziamento della squadra, l'intenzione di aiutare con ogni mezzo possibile i profughi ungheresi in questo particolare momento della loro esistenza».

Il problema è che la Fifa, su pressione del Governo e della Federazione ungheresi, aveva sanzionato tutti i transfughi, di fatto squalificandoli dal calcio europeo e vietando a qualsiasi club di tesserarli. Sacerdoti infatti aggiungeva: «In attesa che si verifichino le condizioni per il suo tesseramento, Czibor verrà utilizzato sia in partite amichevoli sia con altri incarichi di carattere tecnico che possano riuscire utili alla società (la preparazione dei giovani, ad esempio)».

Le cose però non andarono come auspicato dal patron giallorosso, e nell'estate del 1957 Czibor non aveva ancora ottenuto il via libera per tornare a giocare. Come riporta Massimo Izzi nel suo volume "L'AS Roma dalla A alla Z", fu "Il Calcio e il Ciclismo Illustrato" del 4 luglio 1957 a riportare lo sfogo della grande ala, stanca di non poter giocare: «Attualmente sono sempre in attesa del giudizio che pende sul mio capo. Sono amareggiatissimo dalle decisioni della Fifa, ma confido che la Figc nonostante la squalifica trovi la via per tesserarmi ugualmente prima del 31 dicembre, altrimenti non potrei più trovare posto in una squadra italiana. Su 1.800 calciatori che hanno lasciato l'Ungheria solo 4 sono stati squalificati, mentre gli altri 1796 sono liberi di giocare nelle squadre austriache o iugoslave. Mi pare che il conto non torni e credo che questo sia un fatto che la Fifa avrebbe dovuto tenere presente, tanto più che nella seduta in cui è uscita la mia condanna non figurava il delegato ungherese, mentre per la prima volta vi prendeva parte quello sovietico. Insomma, secondo me, a parte la prassi, la cosa sa molto di congiura politica, e la politica non ha niente a che spartire con lo sport. Sono molto riconoscente a Renato Sacerdoti che con me si è comportato come un secondo padre. Nonostante tutto continuo a sperare».

La speranza di Czibor e del club, però, risulterà vana, perché la Fifa non tornerà sui suoi passi: la più grande ala del tempo passerà un anno all'ombra del Colosseo, ma non potrà mai scendere in campo in partite ufficiali. Il tutto a pochi anni di distanza dal mancato trasferimento in giallorosso di un altro grande campione, la "Saeta Rubia" Alfredo Di Stéfano. Perciò la Roma fu costretta a rinunciare al grande sogno di poter schierare come ali Alcides Ghiggia e Zoltán Czibor ai lati di Dino Da Costa: un tridente che avrebbe fatto impallidire le difese di tutto il mondo, ma che, a causa dell'ostracismo del regime ungherese - immediatamente tornato al potere - e della Fifa, rimase appunto una illusione. Anche perché nella nostra storia, all'inizio del 1958, entra László Kubala...

"El Pájaro loco"

Kubala, un altro straordinario fuoriclasse del calcio magiaro, era già fuggito dal Paese alla fine degli Anni 40, forse intuendo ciò che a breve sarebbe accaduto. Anche lui venne in Italia e con la famiglia si stabilì a Busto Arsizio. Per qualche mese si allenò con la Pro Patria, fino a quando alla sua porta andò a bussare il dirigente blaugrana Pepe Samiter, che riuscì non solo a procurare al calciatore la nazionalità spagnola, ma fece anche in modo che la squalifica comminatagli dalla Federazione venisse ridotta ad un anno. Nel '51 il Barcellona mise sotto contratto Kubala, che - complici il capello biondo, la faccia da divo del cinema e soprattutto due piedi divini - divenne rapidamente un idolo.

Fu lui ad offrire un riparo e un contratto con il club catalano a Czibor e Kocsis, il centravanti soprannominato "Testina d'oro" per le sue doti aeree. Decaduta la squalifica dei due, nella città delle Ramblas ebbe l'inizio l'era degli "Hungaros del Barça": Kubala cuciva il gioco e rifiniva, Czibor faceva ammattire i difensori avversari a suon di finte, dribbling, accelerazioni e cross per la "cabeza" di Kocsis. I tre non erano più giovanissimi, ma per due stagioni si tolsero la soddisfazione di soffiare il titolo di campioni di Spagna al loro connazionale Puskás, che nel frattempo si era accasato al Real Madrid (con il quale vinse tre Coppe dei Campioni). I tifosi catalani ribattezzarono Czibor "El Pájaro Loco", il Passero Matto: effettivamente, quel suo naso aquilino sembrava proprio un becco, e il suo modo di correre quasi volando sulla fascia ricordavano effettivamente un uccello impazzito. Al Barça vinse una Coppa delle Fiere - segnando due gol in finale -, ma perse una finale di Coppa dei Campioni. Curiosamente, un altro 3-2 al Wankdorf di Berna. Come in quella maledetta finale dei Mondiali del 1954, in cui la nazionale più forte del mondo non riuscì a vincere la sfortuna.

Da sinistra a destra: Sándor Kocsis, Lászlo Kubala e Zoltán Czibor