Un cerchio che si chiude: ecco cos'è il 15 maggio 1983. È l'ineluttabile compiersi di un destino già scritto da tempo, l'incontro tra lo yin e lo yang che stavolta però danno vita a un intero giallorosso. Il 15 maggio di 35 anni fa è un grido rimasto strozzato in gola troppo a lungo, un urlo con le braccia al cielo per ribadire una gioia che si sta consumando da una settimana. Il verdetto è arrivato a Marassi, quando quegli angeli in blue jeans coi capelli lunghi si caricarono il Barone sulle spalle e se l'abbracciarono e lo baciarono come un padre. L'estasi pulsa ancora vivissima nelle vene di Roma, perché se hai dovuto attendere 41 anni per lasciarla esplodere non può durare tre giorni, né una settimana, né un mese. Dura una vita intera. Anzi, dura centomila vite e forse anche di più.ù

Il Toro nel destino

Nemmeno se elevassimo a infinita potenza il numero più grande che ci viene in mente, riusciremmo a quantificare le bandiere presenti quel pomeriggio allo Stadio Olimpico. Sventolano da ore, quando alle 16 la Roma Campione d'Italia fa il suo ingresso in campo per sfidare il Torino in una partita che forse non ha nulla da dire, ma che è quasi scritta nel destino. È giusto che ci siano i granata, a farci compagnia in questo giorno. Perché se vai a dare uno sguardo alla nostra storia, ti rendi conto che il Toro compare spesso. Con loro abbiamo vinto la prima Coppa Italia, con loro ne abbiamo vinte altre due (consecutive) che hanno fatto da antipasto a questo trionfo. Ci hanno dato una mano il 27 marzo, quando in tre minuti e quaranta secondi hanno ribaltato la Juventus di Platini, Boniek e Paolo Rossi passando da 0-2 a 3-2. Giuseppe Dossena, capitano dei granata, consegna ad Agostino Di Bartolomei un tricolore floreale. Ci saranno di nuovo loro quando, il 6 gennaio 2002, alla Roma verrà consegnata la Coppa del terzo Scudetto. Per tutti questi motivi, la presenza del Torino allo Stadio Olimpico in quel giorno di festa e di gioia assoluta sembra quasi nella natura delle cose: non sarebbe potuta andare diversamente.

Prima della partita gli Ultrà distribuiscono un volantino che recita: «Ringraziamo i Campioni per la grande gioia che ci hanno regalato non invadendo il campo. Abbracciamoli anche a nome della città. Tutta Italia ci guarda». Un concetto ribadito anche dal presidente Dino Viola, che dagli altoparlanti dell'Olimpico parla a tutto il popolo giallorosso: «Vi ringrazio, vi abbraccio, voi siete la grande forza di questa squadra. Non invadete il campo, non guastate questo sogno cullato tanti anni». Due le parole chiave: "forza" e "sogno". La forza dei sogni. Perché prendendo in prestito il titolo della celebre opera di Calderón de la Barca, la Roma è sogno. È uno Scudetto a cui hanno contribuito anche tutti i tifosi, importanti quanto Pruzzo, Conti, Falcao e tutti gli altri. Senza di loro, forse, questo 15 maggio 1983 sarebbe stato un giorno come tanti altri. Loro hanno dato forma al sogno, loro erano, sono e saranno sempre fatti della stessa materia di cui sono fatti i sogni. Sono ottantamila secondo i conteggi ufficiali, quelli ufficiosi stimano una cifra che rasenta i centomila. Non importa, sono solo numeri. Sembrano milioni, miliardi: un universo infinito al centro del quale si muove un sole giallo e rosso.

Il sole giallorosso

Il sole, appunto. Nel cielo di Roma, quel giorno, c'è una luce particolare: ogni cosa è illuminata, permettete l'ennesimo furtarello letterario, ma è davvero così. È la stessa luccicanza del 17 giugno 2001. Che sia quella miriade di bandiere, ad attirare i raggi del sole? Oppure è soltanto - si fa per dire - tutto questo amore a rendere il pomeriggio così splendente? Sono i nostri colori, forse, ad inondare di raggi caldi l'Olimpico, Roma, l'Italia e il mondo intero?

Sugli spalti c'è Sandro Pertini, che mostra tre dita come aveva fatto un anno prima a Madrid, quando l'Italia ha vinto il Mundial. Negli spogliatoi, guidato da Agostino, stringe la mano ai calciatori e si complimenta con loro, rivolge una carezza affettuosa e un sorriso ai figli di Conti. Scherza con Dino Viola, che fingendosi offeso gli fa notare: «Non sono ancora totalmente soddisfatto delle sue parole». E Pertini replica: «Perché dovrei fare un elogio anche per lei?». Al momento dell'ingresso in campo, Ancelotti si guarda intorno e sussurra come in trance: «Quante bandiere!». Sembra un bambino sognante. I riccioli di Falcao, in quella luce paradisiaca, sono ancor più angelici.

Vinciamo 3-1, per la cronaca. Perché in tutto ciò la partita, inevitabilmente, passa in secondo piano. Davanti allo spettacolo dei romanisti, i 90' disputati sul campo sono forse il meno. Segnano Pruzzo su rigore, Falcao, Hernandez per il Torino, quindi chiude i conti Bruno Conti. Il Divino dopo il gol corre verso la Sud, salta con il pugno al cielo: in quel gesto c'è una promessa mantenuta, una promessa fatta nel giorno che più di ogni altro simboleggia i desideri, i sogni. Era il 10 agosto 1980 e lui sbarcava a Roma, stella cadente destinata però a brillare a lungo.

Manca il centro del Capitano, ma lui ha già segnato il 1° maggio contro l'Avellino, quando si è buttato in ginocchio con le braccia al cielo ed è scomparso nell'abbraccio di Carletto Ancelotti per la più bella esultanza della nostra storia. Ha già detto quello che aveva da dire quel giorno di due settimane prima: «In porto andremo sicuramente, vediamo di arrivarci col vessillo». Ago non segna, ma guida i compagni nel giro di campo con l'enorme tricolore che palpita come un cuore al ritmo del trotto dei giocatori. Ago non segna, ma lancia un vaso di fiori alla Curva Sud. Un vaso, non un mazzo. Vorrebbe lanciare il suo cuore, alla gente romanista. Vorrebbe letteralmente donarglielo, ma non potendo farlo regala loro quel vaso di fiori. Dibba applaude i tifosi e li indica. Li applaude e li indica perché sa che senza di loro, forse, tutta questa felicità non sarebbe stata possibile.