Quando il Palermo di Delneri vinse 2-1 all'Olimpico l'11 dicembre 2005, la sorte di Spalletti sembrava segnata. Già un paio di mesi prima, a metà ottobre, con la sconfitta di Empoli si era messa in discussione la sua autorevolezza: forse l'allenatore dell'Udinese dei miracoli a Roma non riusciva a farsi capire, forse i suoi metodi non facevano presa su giocatori di livello più alto, con Cassano peraltro ormai ingestibile. Sembrava proprio che l'investimento di Rosella Sensi sul tecnico toscano, su suggerimento di Bruno Conti e Daniele Pradè, si stesse rivelando sbagliato. Dopo l'Empoli ci furono segnali di ripresa (tre vittorie consecutive, tra cui quella a Milano con l'Inter con la prodezza del pallonetto di Totti a Julio Cesar), ma poi una brutta sconfitta con la Juventus a metà novembre fece ripiombare la squadra in un clima d'incertezza che i pareggi con Fiorentina e Lecce e i rovesci di Belgrado in Coppa Uefa e col Palermo in campionato peggiorarono, inducendo la società a valutare persino l'esonero.

Ma tre giorni dopo la sfida col Palermo in calendario c'era la decisiva sfida europea col Basilea e con l'esultanza dei giocatori giallorossi stretti in panchina al proprio allenatore (3-1 il risultato finale e passaggio del turno conquistato) arrivò dalla squadra una risposta significativa. Così, più rinfrancati nello spirito, ma non ancora certi della propria forza reale, la domenica si andò a giocare a Genova, dove Spalletti ebbe l'intuizione (dopo aver trovato una collocazione a Perrotta sulla trequarti nella trasferta europea a Tromsø) di risolvere l'ormai perdurante assenza di attaccanti centrali spostando lì davanti Totti.

Con la Sampdoria finì 1-1, ma da quel giorno la Roma cominciò un filotto di vittorie che passando per il Chievo, il Treviso, il Milan, la Reggina, l'Udinese, il Livorno, il Parma, il Cagliari, il Siena e l'Empoli portò la squadra a eguagliare il record assoluto del campionato italiano di dieci vittorie consecutive proprio nel giorno più triste, perché contro i toscani Totti si ruppe la gamba in tre punti dopo un intervento scomposto di Vanigli.

E per tentare di superare il record, guadagnare nuove posizioni in classifica e provare davvero ad insidiare il primato dell'Inter (pazzesco a pensarlo nei complicati pomeriggi di metà dicembre), bisognava tentare di fissare il nuovo record di undici vittorie consecutive della Serie A proprio contro la Lazio, ma dovendo rinunciare all'apporto del capitano che quell'anno stava vivendo uno dei suoi campionati più brillanti nell'anno che avrebbe portato al mondiale tedesco.

Il derby del po-po-po

Pochi giorni prima della sfida con l'Empoli la Roma andò in Belgio a giocare l'andata dei sedicesimi di Coppa Uefa, dove successero due o tre cose rilevanti nell'economia di quella stagione: intanto al 27' del primo tempo fu espulso per un fallo violento Daniele De Rossi e tutti ricordano il siparietto di Spalletti che mentre il biondo centrocampista usciva dal campo gli urlava dietro «Sei contento ora? Eh? Sei contento?».

Comunque la Roma, priva di Totti a cui visti gli sforzi in campionato era stata risparmiata la trasferta, vinse con un convincente 2-1, ipotecando il passaggio agli ottavi. E al gol del vantaggio definitivo nacque il famoso motivetto del "Po-po-po" sulle note di Seven Nation Army, la canzone che allo stadio del Bruges risuonava ai gol della squadra di casa e che avrebbe risuonato a lungo nella notte del derby.

Ecco la Lazio

Sì perché il calendario prevedeva adesso il confronto con la Lazio di un ormai stanco Di Canio. Ma perdere Totti in quel momento della stagione sembrava davvero un sinistro presagio per una corsa che a quel punto avrebbe anche potuto fermarsi. Il capitano era qualcosa in più di un semplice giocatore: era ovviamente il calciatore più forte di quella rosa, ma era anche il simbolo della città nel suo momento migliore, era l'uomo di punta del calcio italiano e su di lui si sarebbero appuntate le maggiori speranze di vittoria per i mondiali in Germania.

Il suo infortunio sconvolse l'Italia, Lippi accorse al suo capezzale promettendogli che lo avrebbe aspettato alle convocazioni, Spalletti passò in clinica con lui un paio di notti, la squadra era ormai fissa a Villa Stuart o a casa sua nella prima convalescenza e alla fine tutti lo convinsero a fare una cosa che i medici provarono a sconsigliargli: di partecipare al derby dal campo, seppur appena operato, con le stampelle, seduto su una panchina aggiuntiva accanto a quella di Spalletti.

E così fece, col seguito di una telecamera personale che per Sky avrebbe documentato tutte le fasi della convalescenza, accompagnato da Bruno Conti, suo grande amico, direttore tecnico della Roma e primo sponsor di Spalletti.

Le formazioni

Con queste premesse si arrivò alla partita, mentre la classifica sembrava in ogni caso garantire la Roma che prima del derby d'andata era cinque punti sotto la Lazio e alla vigilia di quello di ritorno era sopra addirittura di 16. Sulla designazione dell'arbitro Trefoloni, la quasi ammainata bandiera laziale Di Canio aveva avuto da ridire. Cercava ulteriore consenso mentre gli franava la terra sotto i suoi piedi, visto il suo rapporto non idilliaco con il tecnico Delio Rossi e le incombenti liti con il suo presidente Lotito.

Trefoloni dirigerà il derby con la consueta, scarsa personalità, ma non farà danni né da una parte né dall'altra. A determinare il risultato furono la maggior sagacia tattica di Spalletti e le felici scelte tecniche dei giocatori giallorossi, superiori per qualità e personalità ai biancocelesti.

Agli ordini di Rossi la Lazio - che giocava in casa anche se poi alla fine non sembrò neanche - si schierò con Peruzzi tra i pali, una linea difensiva a quattro con Oddo, Siviglia, Cribari e Zauri, quattro centrocampisti come Behrami, Dabo, Liverani e Manfredini, e Di Canio alle spalle di Rocchi.

Spalletti scelse invece, nel suo ormai rodato 4231, Panucci, Mexes, Chivu e Cufrè a difendere la porta di Doni, De Rossi e Aquilani davanti alla difesa, Taddei, Perrotta e Mancini dietro all'unica punta, Montella, anche lui ormai prossimo ai saluti: dopo uno splendido 2004-2005 (con 21 reti all'attivo), in questa stagione era fermo a un solo gol. Andrà al Fulham a metà dell'anno successivo.

In panchina per la Lazio Ballotta, Stendardo, Belleri, Bonanni, Mudingayi e Pandev (con Behrami l'unico ancora in attività), per la Roma Curci, Bovo, Kuffour, Alvarez, Kharja, Dacourt e Tommasi. Accanto a Spalletti, il team manager della Roma Eusebio Di Francesco.

Cronaca del primo tempo

L'impostazione della Roma di Spalletti non è mai stata offensiva nel senso più stretto del termine. Il tecnico toscano era stato bravissimo a trovare nelle già descrittedifficoltà di quel girone d'andata un equilibrio che garantiva una quadratura difensiva di primo livello e continui riassalti ad altissima velocità, con una notevole capacità di verticalizzazione rapida ed efficace che puntava sui raccordi all'indietro del falso nove Totti e le penetrazioni dei due esterni Taddei e Mancini e soprattutto dell'incursore Perrotta, reinventato trequartista dopo una vita da mediano.

Nel calcio di quegli anni non si era ancora sviluppata pienamente la cultura della costruzione dal basso e del palleggio stretto eppure quella Roma spallettiana aveva già i prodromi del calcio che di lì a poco sarebbe stato preso a modello praticamente universale, quello di Guardiola e del suo irripetibile Barcellona, con le infinite varianti che poi lo sviluppo di tanti altri bravi allenatori ha garantito.

Però quelle espressioni di "palla avanti, palla indietro e palla dentro", così ben rifinite da Spalletti, avevano un qualcosa di rivoluzionario che fu ammirato da mezza Italia. Sulle punizioni laterali non si vedevano ancora invece quegli allineamenti alti e così ben organizzati tipici del calcio di oggi: ne battè una la Roma al 6' e una la Lazio all'8' e dentro l'area si disegnarono comunque tanti uno contro uno assai disordinati ma a loro modo efficaci.

Delio Rossi provò a sfidare la Roma sul piano del palleggio e fu un errore di superbia per la ridotta qualità tecnica di molti suoi giocatori, con eccezione forse di Di Canio, Rocchi e del regista Liverani. Chi si scopriva subiva le ripartenze: si affacciò pericolosamente la Roma nell'area laziale all'8', proprio traendo origine da quella punizione respinta, ma il destro diagonale di Perrotta sullo scarico di Montella finì malamente a lato.

E capitò alla Lazio di spaventare Totti (seduto in panchina con quel suo giubbottone beige e le stampelle al fianco) al 13', con una ripartenza in affondo a destra di Behrami per la deviazione di Rocchi sul palo esterno, con Doni comunque a controllare la traiettoria. Quando gli spazi si riducevano si cercava subito il lancio lungo e il pressing era lasciato quasi solo all'iniziativa personale. I terzini partivano comunque sempre abbastanza alti quando l'impostazione era delegata ai centrali e in fase di non possesso De Rossi era già bravissimo a schiacciarsi in mezzo ai due centrali, lasciando più alto il suo compagno di reparto Aquilani.

Sugli angoli si marcava pressocché a uomo e non intuì la portata del pericolo Delio Rossi quando al 23' Mancini pescò Mexes di testa sul primo palo. Al 29' Manfredini fu costretto ad uscire per un infortunio e al suo posto entrò Bonanni, ma non fecero in tempo a scambiarsi le informazioni sulle marcature. Così quando al 31' Mancini calciò ancora dal corner verso il primo palo, Taddei si trovò praticamente da solo a cercare la deviazione, ingannando Peruzzi.

Cronaca della ripresa

In vantaggio per la Roma fu davvero più semplice gestire l'irruenza laziale e provare contemporaneamente a cercare il gol che avrebbe chiuso la partita. Spalletti non amava alzare la sua linea di difesa per rischiare l'infilata alle spalle già normalmente, in vantaggio e in quella situazione l'atteggiamento diventò ancora più evidente e anche nelle poche situazioni di ripartenza laziale i tagli furono seguiti rigorosamente a uomo, senza troppi riferimenti sul pallone (come al 4' della ripresa, con Chivu a buttarsi nello spazio al fianco di Rocchi, senza rischiare di lasciarlo andare da solo).

Il 18' fu il minuto chiave: un ottimo intervento difensivo di Leandro Cufrè nell'uno contro uno in scalata difensiva su Behrami rese inoffensivo un cross di Bonanni (a conferma dell'importanza dell'interpretazione personale nello spartito tattico richiesto da un allenatore). Sulla ripartenza, uno splendido esempio di calcio spallettiano, con tre passaggi consecutivi in verticale da Cufrè a Perrotta a Mancini sulla corsa (60 metri guadagnati in due secondi), le finte del brasiliano su Cribari a schiacciare i difensori rimasti (con Dabo ad affiancare il centrale brasiliano), lo scarico all'arrembante Aquilani e il tocco di purissima classe di piatto interno del centrocampista romano a cogliere con chirurgica precisione il corridoio tra i piedi di Cribari e Dabo e comunque lontano dalla portata di Peruzzi.

Il doppio vantaggio rassicurò Spalletti che mise dentro tutti i suoi centrocampisti centrali (Tommasi esterno a sinistra, Dacourt per Aquilani, Kharja per Taddei) e difese in questa maniera fino alla fine, fino al trionfo.