Il cerchio si chiude il 16 dicembre 1984. Un anno e mezzo dopo la gioia più grande e a sei mesi circa dalla delusione più profonda. Medaglie e cicatrici, a ricordarci ciò che siamo stati e ciò che saremo. A ricordarci chi siamo e da dove veniamo. Domande da massimi sistemi, si dirà, ma quando parli di Falcão parli di massimi sistemi, inevitabilmente. Non si può parlare di chi ti ha guidato verso la grandezza - di chi ti ha fatto non solo vedere, ma anche toccare il cielo -, in maniera superficiale, en passant.

Chi l'ha visto giocare, chi l'ha visto tirarsi su la manica dopo quel gol al Pisa o servire al volo di tacco Pruzzo per il più bell'assist di sempre, non ti dirà mai: «Falcão è stato un grande». Perché l'amore non conosce frasi di circostanza, né tantomeno banalità trite e ritrite. Negli occhi di chi l'ha visto vedrai la Luce. Sentirai il loro cuore perdere un colpo, colpito da un'aritmia che è un turbinio d'emozione, nostalgia e orgoglio. La loro voce si incrinerà e saranno costretti a deglutire un paio di volte, prima di riprendere a parlare per raccontarti ciò che non può essere raccontato.

Eppure sembrava una domenica come tante, una partita come tante. Ammesso che Napoli-Roma possa essere ritenuta una sfida come tante. Ma nessuno può sapere che quel pomeriggio di metà dicembre, a circa duecento chilometri da quella che è - e sarà sempre - casa. Anzi, Casa. Chi può immaginare, a pochi minuti dal fischio d'inizio, che sta per assistere all'ultimo giro di ballo, l'ultimo valzer prima dell'addio. Perché il ginocchio malandato alla fine lo costringerà a saltare il resto della stagione. O forse era tutto scritto. Forse era destino che il Divino chiudesse una settimana esatta dopo la Coppa Intercontinentale. Una Coppa che la Roma avrebbe potuto (avrebbe dovuto) giocare, a Tokyo contro l'Independiente di Burruchaga e Percudani. Invece ci andrà il Liverpool, nella terra del Sol Levante, e tornerà a casa con un pugno di mosche in mano. Forse Paulo Roberto, arrivato nel giorno delle stelle cadenti, era nato per giungere fin lì. Di più, era nato per portare la Roma sul tetto del mondo. E, una volta che l'opportunità era sfumata a causa del Fato beffardo che governa i calci di rigore, probabilmente il tempo del biondo riccioluto era giunto al termine. Come se, una volta sfumato il sogno più grande di tutti, quella stella che aveva riempito di luce gli occhi di tutti noi, avesse deciso di eclissarsi. La verità, però, è una sola: certi bagliori ti restano negli occhi per sempre.

L'ultimo valzer

Al San Paolo, il 16 dicembre 1984, la sfida non è solo tra Roma e Napoli, ma anche - per certi versi - tra Brasile e Argentina. Da una parte ci sono Falcão e Cerezo, dall'altra Bertoni e Maradona. I più attesi, inevitabilmente, sono però proprio loro due: il Divino e "el Pibe de oro". Quest'ultimo è alla prima stagione in Italia e, dopo un impatto devastante sulla Serie A, è sempre al centro dei riflettori. Quel giorno, però, qualcuno sta per rubargli la scena. Al quarto d'ora Maradona riesce ad infilare in velocità la retroguardia giallorossa e, una volta a tu per tu con Tancredi, serve Caffarelli che a porta vuota insacca. Lo stadio esplode, ma l'arbitro - dopo essersi consultato con il guardalinee - annulla il gol a causa di un fuorigioco dell'attaccante azzurro.

È a quel punto che la stella arrivata ad illuminare i nostri occhi in pieno giorno il 10 agosto 1980, mostra per l'ultima volta tutto il suo splendore. È una classica azione alla Falcão, se vogliamo, di quelle guidate da un cervello superiore, da una visione anticipata delle cose e, soprattutto, dall'inventiva che solo gli artisti veri posseggono. Il 5 riceve palla da Bruno Conti sulla trequarti campo e di prima intenzione la offre in avanti al suo connazionale, Cerezo. Quando si dice che i due all'interno del rettangolo verde parlavano la stessa lingua, non ci si riferisce al brasiliano. I due parlavano una lingua che è universale, ma nella quale pochissimi sanno esprimersi.

Toninho controlla, spalle alla porta, a ridosso della lunetta dell'area di rigore. Tempo di addomesticare il pallone, e l'uomo che un giorno dirà "il cuore di Dio è giallorosso" (forse la più bella frase di sempre, a prescindere da quale fede si professi) ha accanto a sé il Divino. Quello con la maglia numero 5 e i capelli ricci. Ha già visto l'intero sviluppo dell'azione, sa già come andrà a finire. Perché lui "ha visto cose che noi umani non potremmo neanche immaginare", come dice l'androide Roy Batty in un film che guarda caso è del 1982. Controllo col destro, sinistro chirurgico all'angolino. Aggancio e tiro sono quasi un tutt'uno, tanto è fluido e sinuoso e perfetto il movimento di Falcão. Controllo e sinistro, che a dirla così sembra un niente e invece è un tutto, il tutto.

In chiusura di tempo Bertoni riesce a pareggiare i conti, ma alla mezz'ora della ripresa una botta di Sebino Nela viene deviata da Marino e finisce in rete, regalandoci la vittoria. Finisce 1-2. Come a Pisa, il 13 marzo 1983. Quando Paulo Roberto prima era salito in alto fino al cielo e poi aveva esultato tirandosi su una manica. Qualcuno sostiene che la Roma ha vinto lo Scudetto in quel momento, quando Falcão si è rimboccato quella manica. Ma forse il tricolore nasce tre anni prima, il 10 agosto. Il giorno in cui le stelle illuminano il cielo e avverano i nostri desideri.