Capello per il terzo scudetto della storia della Roma, Mondonico per evitare la retrocessione in B del Napoli. Questo il tema il 10 giugno 2001 al San Paolo, a due giornate dal termine. Aria che si taglia a fette sugli spalti, dove i tifosi azzurri sfoderano tanti cartelli con su scritto 12 (dodicesimo uomo in campo). Due i settori ospiti, per i troppi romanisti, pieni di bandiere giallorosse. Perché può essere la Festa. La Roma vuole chiudere la pratica: servono tre punti per la matematica. La Juve è a -4. In città pronti i maxischermi in piazza, con la gente che non vede l'ora di esultare e liberarsi di un sogno lungo diciotto anni. La squadra è carica, il Napoli è a un passo dalla B, ma si sa che al San Paolo non è una passeggiata, in nessun senso.

Subito Delvecchio ha un'occasione, che però non sfrutta al meglio. Più bravo Tommasi, che parte in progressione e guadagna una buona punizione che Batistuta conclude di potenza, ma Mancini si fa trovare pronto. Il Napoli è vivo, Edmundo ci prova di testa, la squadra di Capello sembra contratta e così una giocata centrale di Pecchia - un rompiscatole, quel 10 giugno - per Amoruso è fatale. Samuel è anticipato, Antonioli in uscita è battuto, di sinistro. Fantasmi giallorossi, a Napoli, a Roma, nelle piazze e ovunque sia abbia il cuore mezzo giallo e mezzo rosso. È il 37', non si può mollare così, non può finire come una barzelletta sui carabinieri, né su Totti, ovviamente, come quelle che verranno. La Roma barcolla, ma per 5 minuti. Fino a un calcio d'angolo tra "tribuna Tevere" e Curva Sud. Lo batte Totti, la traiettoria è curva, serve un centravanti in mezzo all'area per spingerla dentro. E la Roma ha un angelo biondo, più bello del Gesù di Zeffirelli, feroce come un leone. Si chiama Gabriel come l'arcangelo e Omar come un suo "antenato", Sivori, che l'ha preceduto in Italia, ma con ben altra maglia. Vuole onorare la sua missione, quella di vincere lo scudetto. La Roma grazie a lui, lui grazie alla Roma, e sbuca esattamente al momento giusto, nel posto giusto. Tutta la difesa del Napoli è in ritardo, l'angelo Batistuta la appoggia di piatto da un metro: è 1-1 e via a ruggire sotto il settore.

Nel secondo tempo Roma volenterosa: sortita di Zago dalla difesa fino in zona d'attacco, ma nulla di fatto. Siamo al 52', però, e Cafu accende il pendolino sulla fascia, si ferma qualche metro fuori dal vertice destro, rientra e crossa col sinistro. Al centro dell'area c'è sempre il Re Leone e poco spostato sulla sinistra c'è il Capitano, la palla è per lui. Stop di petto, ad anticipare il difensore, protestano i giocatori del Napoli. Forse è braccio, più che petto. Forse è mano. Forse è il braccio, o la mano di Dio, stavolta vestito di giallorosso. L'arbitro non fa in tempo a far segno di proseguire, che Totti ha già messo giù e scaricato di rabbia, di destro, potente, dietro le spalle di Mancini. Palla in rete. E via sotto l'altro settore, vicino alla curva B. Forse è B. Forse è scudetto. Che c'è? L'esultanza è la stessa di quella che verrà la domenica seguente, con il Parma. Urla di gioia, si toglie la maglia, si spoglia mezzo nudo come tutti noi, nel settore, a casa, a un milione di km, per telefono, Falcao, il Barone, Turone,  tutti quelli del '42, i nostri nonni, i nostri cani, i nostri gatti, le piante, i fiori e l'erba e quattro quarti della palazzina tua. Forse è scudetto, forse è il cerchietto, il suo, che si chiude, forse è ritornato il sole dentro te. Forse sognavi questa Roma e Roma c'è, o ci sarà, per meglio dire. Calma. I napoletani protestano, parecchio, ma l'arbitro Treossi non sente ragioni e convalida. Manca ancora una vita e Capello, che non si fida, forse neanche dei suoi che un po' hanno "il braccino", si blinda: fuori Delvecchio e dentro Zanetti.

Il Napoli sembra svuotato, Cafu in contropiede va via, Batigol attende il pallone, ma il brasiliano decide di concludere su Mancini e fallisce il 3-1. Sembra svuotata, ma non lo è, la squadra di Mondonico: lancione di Husain per Moriero, sì l'ex, entrato al 71'. Samuel è in ritardo ed entra a gamba tesa al limite dell'area. Punizione. Ansia. Jankulovski col sinistro o Pecchia col destro. Parte il rompiscatole, la palla tesa attraversa la barriera, sbuca alla fine alla vista di Antonioli che si fa sorprendere e la tocca piano. Gol e 2-2, a 8' dalla fine. 30 minuti da campioni d'Italia, poi torna l'incubo di poter fallire ancora. Capello è furioso. Inserisce Montella, furioso pure lui (sono volate le bottigliette d'acuqa in panchina per un ingresso tardivo). Zanetti gli offre subito la palla dello scudetto, ma il sinistro dell'aeroplanino è in bocca a Mancini. Tutto rimandato. La Serie B per il Napoli, il tricolore per la Roma. «Meglio», anche - si dirà per sentirsi meno angosciati - in casa propria con il Parma, che non deve chiedere niente al campionato. Meglio uno stadio pieno di bandiere giallorosse, come per Roma-Torino dell'83. Ma serviranno tre punti perché la Juve intanto ha vinto facile a Bologna e all'ultima giornata ha il Perugia in casa. Dammi 3 punti. Francesco urlerà ancora, si spoglierà ancora. Il 17 giugno 2001.