Interviste

Lima: «Roma fantastica, in campo davo tutto. Capello un allenatore top»

"Duracell" si racconta nel podcast "S.R.Q.R.": «Don Fabio è stato come un padre. Zampa e i compagni mi diedero il soprannome»

(GETTY IMAGES)

PUBBLICATO DA Alessandro Cristofori
25 Gennaio 2026 - 08:00

Dopo il suo passaggio alla Roma, ogni tifoso giallorosso che si è trovato alle prese con il cambio di una batteria avrà sicuramente pensato per un secondo a lui: Francisco Govinho Lima, per tutti “Duracell”, un soprannome che si è guadagnato per quella inesauribile corsa che gli permetteva di essere in qualsiasi zona del campo dal primo al novantesimo minuto. Il brasiliano, alla Roma dal 2001 al 2004, è il quinto ospite di “S.R.Q.R. – Sono Romanisti e Quasi Romani”, il podcast a cura di Radio Romanista disponibile sull’app dell’emittente e su tutte le piattaforme streaming.

Come è arrivata la Roma nella tua vita?

«L’anno prima del mio arrivo ero al Bologna e disputai una bella partita che attirò l’attenzione di Fabio Capello. Quindi mi contattarono il direttore Franco Baldini e il mio amico Cafu per chiedermi se fossi disponibile al trasferimento. Ricordo la mia emozione nel ritrovarmi a parlare al telefono con mister Capello, non ci potevo credere. Ovviamente ho dato subito la mia disponibilità e firmai una sorta di precontratto».

Nel 1999, quando giocavi nello Zurigo, affrontasti la Roma in Coppa Uefa. All’epoca sulla panchina giallorossa c’era Zeman. È vero che già in quell’occasione la società si era informata per acquistarti?

«In quel momento stavano già sondando. Erano i sedicesimi di finale e all’Olimpico perdemmo 1-0 con gol di Totti su calcio di rigore mentre in Svizzera pareggiammo 2-2.  Zeman si incuriosì e quando seppe da Cafu che mi conosceva perché avevo giocato nel San Paolo, iniziò una sorta di trattativa che però non si concretizzò in un acquisto. Del resto, venire a giocare in una squadra come la Roma non è mai facile, alla fine venni a giocare in Italia ma al Lecce dove feci una bella stagione».

Come in ogni puntata di “S.R.Q.R”, all’intervistato vengono fatti ascoltare degli audio che ripercorrono la sua carriera romanista.

19/8/2001: Supercoppa Italiana: Roma-Fiorentina 3-0

«Fu una bella cosa vincere un trofeo appena arrivato ma provai i brividi quando ascoltai, per la prima volta, il mio nome gridato dallo stadio. Lo speaker romanista, Carlo Zampa, aveva questo modo di annunciare la formazione con lui che diceva solo il nome e il pubblico che urlava il cognome del calciatore. Mi emoziono solo a parlarne, quel modo di fare era una roba dell’altro mondo imparagonabile a qualsiasi altro stadio del mondo. Si commossero tutti la prima volta: io, mia moglie e i miei figli, al più piccolo che non ha potuto vivere quel periodo, gli ho fatto vedere dei video ed è rimasto colpito anche lui.  Carlo Zampa è stato un grandissimo personaggio, il migliore nel far vivere l’emozione di una partita di calcio. Per me poi fu una sorpresa perché nessun compagno mi aveva parlato di questa cosa che si faceva all’Olimpico».

27/10/2001: Roma-Lazio 2-0

«Questa è stata una bella giocata e feci il cross più bello e importante della mia vita, un assist per Totti che di testa, all’ultimo minuto, segnò il gol del 2-0. Un bellissimo momento e infatti spesso riguardo questo video, perché è una cosa che non dimenticherò mai. Io non ho mai perso un derby ma questo lo preferisco anche all’ 1-5 del ritorno, che fu meraviglioso, ma fin troppo facile (ride ndr). Il derby di andata, il primo che giocavamo con lo scudetto sul petto, è stato più equilibrato ed inoltre in questa azione ho anche superato Stam e ho fatto l’assist per Francesco che a fine partita mi prese un po’ in giro, chiedendomi se mi fossi sbagliato a crossare visto che gliela avevo messa proprio sulla testa. Lui aveva sempre la battuta pronta».

Il soprannome Duracell

«Eh sì, avevo questo soprannome perché non mi fermavo mai, mi sentivo come se avessi una missione da compiere che consisteva nel correre per aiutare i miei compagni. Il mister mi dava le indicazioni e io rispondevo sempre che avrei corso finché la batteria non si sarebbe esaurita. In quel momento c’era questa pubblicità di questa pila inesauribile e quindi quello diventò il mio nome di battaglia. Nello spogliatoio tutti mi chiamavano così».

Avevo una curiosità sul numero: perché il primo anno prendesti il numero 8 e poi cambiasti con il 5?

«Io avrei voluto subito il numero cinque. Perché il mio idolo era Falcao».

La Champions League

«Ringrazio Dio di avermi dato la possibilità di giocare un torneo così importante. Vengo da Manaus, un posto dove quasi nessuno vedeva partite di calcio e per chi nasce e cresce in un luogo del genere non ci sono molte opportunità per questo sono orgoglioso che proprio io, un ragazzo di quelle parti, sia riuscito a raggiungere certi traguardi grazie al lavoro e all’umiltà. Sono diventato un calciatore professionista, ho giocato nel campionato più bello del mondo e nella competizione calcistica più importante. È una delle cose di cui vado più fiero e anche oggi ripeto spesso alle persone che ho intorno a me che solo ascoltare l’inno della Champions ti dà dei brividi incredibili».

Roma-Barcellona 3-0 del 26 febbraio 2002 è la partita più bella tra quelle giocate in Champions?

«Penso di sì, però voglio ricordare anche la nostra vittoria a Madrid con gol di Totti. Anche perché fu decisiva per la nostra qualificazione al turno successivo».

Hai nominato il Real Madrid. Tu eri presente anche in quella partita che si disputò l’11/9/2001, a poche ore dagli attentati delle Torri Gemelle. A distanza di anni, puoi dirci cosa provaste nel dover disputare una partita di calcio in un contesto simile?

«Nessuno voleva giocare quella partita sia noi che quelli del Real Madrid. Anche io ovviamente ero di questo avviso ma poi ci comunicarono che l’Uefa aveva inviato una comunicazione in cui sostanzialmente si rifiutava di rinviare l’incontro. È stata però una forzatura, tanti di noi erano giustamente provati da quello che era accaduto e che stava accadendo, non c’era proprio la concentrazione adatta per disputare un match e infatti nonostante fossimo due grandissime squadre fu una partita bruttissima. Abbiamo corso anche un grosso rischio perché nessuno poteva sapere se gli attacchi terroristici sarebbero proseguiti e magari un obiettivo sensibile avrebbe potuto essere proprio l’Olimpico. Inoltre le gare del giorno dopo vennero annullate, quindi aver autorizzato la nostra partita e le altre in programma di quel giorno fu veramente una cosa senza senso».

13/3/2002: Roma-Galatasaray 1-1. La rissa finale e la squalifica.

«Tutto iniziò dalla gara di andata, quando i turchi cominciarono a provocarci. Ci furono infatti degli screzi ma poi finì tutto lì. Al ritorno pareggiammo 1-1, un risultato che non andava bene né a noi né a loro perché eravamo praticamente quasi fuori dal girone entrambi. C’era quindi nervosismo e Hasan Sas iniziò ad entrare duro su tutti, prendendosela in particolare con Aldair. Dopodiché mi insultò pesantemente dicendomi che ero un “negro di m***a” oppure “mi sono s*****o tua mamma”. Queste cose me le diceva in turco, una lingua che conosco molto bene perché ho giocato due anni al Gaziantepspor. Ho perso quindi la testa e penso che in quel momento non mi avrebbe fermato neanche mia madre per come ero arrabbiato. Ero un calciatore grintoso ma ho sempre portato rispetto a tutti, comportandomi bene in tutti i Paesi in cui ho giocato, quindi non capivo perché Hasan Sas mi stava puntando in quel modo. Dopo quella rissa che avete visto a fine partita, siamo scesi nello spogliatoio e a tre calciatori del Galatasaray, miei ex compagni ai tempi del Gaziantepspor, gli ho detto che Hasan Sas era andato oltre e che se non si fosse calmato lo avrei “spaccato”. Invece poi venne un altro di loro a provocarmi ancora più pesantemente e quindi io, Batistuta, Assuncao e Totti reagimmo. L’arbitro però era lì e scrisse tutto nel referto, infatti fummo squalificati».

Una squalifica che poi fu ridotta dall’Uefa.

«Certo, perché anche l’Uefa riconobbe che seppur sbagliata, la nostra fu una reazione a delle provocazioni pesanti e continue. Ti dico anche che i calciatori turchi fecero dei danni nello spogliatoio, spaccarono praticamente tutto. Infatti la sicurezza non li voleva far uscire dallo stadio ma poi intervenne una personalità importante, non so se l’ambasciatore turco o comunque un uomo di potere, che riuscì a farli andar via».

Il pareggio di Venezia nel 2002 e il rapporto con Fabio Capello.

«Quella fu la più brutta partita del nostro campionato e aveva ragione il mister quando diceva che lo scudetto lo avevamo perso quel giorno. Un vero peccato. Ricordo che già nello spogliatoio Capello urlava tantissimo e ripeteva che non era possibile pareggiare contro una squadra già retrocessa. Fabio voleva vincere il secondo scudetto consecutivo, mi dispiace ancora tanto perché lo meritava. Lui per me è stato un padre che mi dava consigli e mi incoraggiava sempre a far meglio. Gli voglio bene perché gli devo tanto, forse tutto».

Prima di Empoli-Roma della stagione 2003-2004, c’era stato un problema con te. Si diceva che non volevi più giocare nella Roma ma poi dopo quell’episodio continuò a schierarti titolare fino al termine della stagione. Ci puoi raccontare come andò quella storia?

«Sì, anche lì ebbe un atteggiamento paterno con me, perché mi telefonò dicendomi che non dovevo comportarmi così e che stavo mancando di rispetto anche a lui che mi voleva un gran bene e mi aveva sempre difeso. Io dopo le sue parole capii che stavo sbagliando e quindi chiesi ad un mio amico di accompagnarmi e raggiunsi Empoli in macchina. Rimasi in panchina novanta minuti ma a dire il vero l’affetto e la stima di Fabio nei miei confronti era così grande che mi chiese se volessi entrare ma io gli disse che era giusto così e vincemmo 2-0 con doppietta di Totti. A fine partita mi ringraziò dicendomi che mi ero comportato da uomo, ammettendo l’errore e raggiungendo i miei compagni in ritiro».

A fine stagione si chiuse il tuo rapporto con la Roma. 

«Sì, avevo litigato con il direttore Baldini già in inverno, per questo avevo avuto quella reazione».

Che cos’è per te la Roma?

«La squadra più importante della mia carriera che sarà sempre nel mio cuore. È la squadra che mi ha fatto crescere e che mi ha fatto diventare un calciatore importante. Mi ha dato tanta soddisfazione in tutto».

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