Policano: «Roma-Napoli non sarà decisiva, ma un esame»
Parla il doppio ex: «Quanto conta l’allenatore? Gasperini e Conte contano... i giallorossi possono crederci fino in fondo»
Due stagioni alla Roma a fine Anni 80, di ritorno dal Genoa dopo essere cresciuto nelle giovanili giallorosse, Roberto Policano detto “Rambo” quando giocava per la forza fisica, la cattiveria agonistica e la determinazione, al telefono è pacato e riflessivo. Ha 61 anni, vive a Padova e fa parte degli osservatori dell’Udinese, un’opportunità nata grazie all’amicizia che lo lega ad Andrea Carnevale che del club friulano è un’istituzione. L’Udinese ha fatto scuola in Italia da decenni nello scoprire e lanciare talenti provenienti da tutto il mondo, metodo utilizzato oggi da tantissimi club.
Roberto, come ci si muove ora con questa concorrenza così importante?
«Bisogna avere la prontezza di anticipare i grandi club, altrimenti è difficile andare a competere con loro economicamente. Magari ci si muove prima, oppure si va su profili non di altissimo livello nei quali intravedi la prospettiva di una futura rivendita. Fondamentale è farli crescere in un ambiente sano e ideale».
Nei tuoi anni di lavoro c’è un’intuizione, un giocatore che hai segnalato di cui vai particolarmente orgoglioso?
«Ce ne sono, ma non voglio fare nomi. A volte vedi un giocatore che ti rimane dentro e quindi lo segnali; però è più un gioco di squadra perché prima di essere preso un ragazzo viene visionato più volte e da più persone. Oggi però scoprire uno bravo che non sia stato già segnalato è difficile, a 16 anni i ragazzi hanno già l’agente».
Ma è cambiato il modo di scegliere o guardare i giocatori? Si dice che si guardi più al fisico che al talento.
«Ma guarda, ultimamente oltre al fisico e al talento si guardano molto gli algoritmi, io sinceramente non so neanche cosa siano. Magari ci sarà qualcun altro più bravo e adatto ad usarli, io il giocatore preferisco vederlo dal vivo perché i dati sono importanti per alcune cose, ma è fondamentale la sensazione che ti lascia quando sta in campo piuttosto che la lettura di alcuni dati».
Ti piace il calcio di oggi, il calcio moderno come lo chiamano molti allenatori?
«No, perché ci sono delle situazioni in cui la VAR invece di aiutare mette in confusione l’arbitro, specialmente nei falli di mano e nei piccoli interventi tipo un minimo step on foot, come lo chiamano adesso. Io la terrei solo per situazioni importanti come il fuorigioco e lo userei per i simulatori perché si vedono continuamente giocatori toccati sulla spalla o sul collo che si rotolano con le mani in faccia».
Un ex calciatore in aiuto al VAR farebbe meglio?
«Dipende, magari potrebbero farlo fare ad alcuni giocatori in partite con squadre con cui non abbiano avuto rapporti. Ci sono dinamiche che soltanto un calciatore può capire, sui falli di mano ad esempio vedo dare dei rigori in cui il difensore dovrebbe tagliarsi le braccia per non toccare la palla».
Tu sei cresciuto nella Roma, poi sei andato via e dopo stagioni importanti al Genoa sei tornato: come nacque quel trasferimento?
«Non c’è stato uno scambio tra giocatori, è stata soltanto una scelta spero e credo dell’allenatore, che era Liedholm. Non è stata una rivincita, a livello giovanile fisicamente non ero ancora pronto e quando mi lasciarono andare non la presi come una bocciatura. Ma sono stato felicissimo di tornare alla Roma da dove ero partito».
Entri all’Olimpico con la maglia della Roma per la prima volta proprio contro il Genoa in Coppa Italia, è vero che salire quelle scale è qualcosa di unico?
«Era uno Stadio diverso, adesso c’è la copertura, è un po’ più raccolto. Quando sono uscito con la curva piena è stata una grande emozione anche se venivo da una squadra che a sua volta ha dei tifosi molto calorosi. Nella mia carriera ho avuto la fortuna di giocare in quattro squadre con tifoserie molto passionali: a Roma, Genova, Torino nei momenti di difficoltà prendevi un po’ di forza anche da loro».
Sono maglie pesanti?
«Io la pesantezza sinceramente non l’ho mai sentita, anche perché sapevo che, non essendo granché tecnico, dovevo mettere in campo altre armi. Ho sempre dato tutto quello che potevo, la prestazione poteva essere positiva o negativa ma non ho mai avuto il rimpianto di non aver fatto il massimo in qualsiasi situazione».
Hai segnato tanti gol da terzino, oggi molte squadre giocano con le difese a tre e i terzini fanno i quinti, un ruolo in cui emergere è molto complicato: tu a che livello saresti?
«A che livello non lo so, certo ai miei tempi come terzini sinistri c’erano De Agostini, Maldini, Nela, Francini ed era un po’ difficile emergere in quella posizione. Adesso, tolto Dimarco, ci si arrabbatta un pochettino. Ho avuto anche la fortuna di avere un allenatore come Mondonico che è stato uno dei primi a utilizzare i terzini come quinti perché noi giocavamo con due marcatori fissi e Cravero libero staccato. Io e Mussi eravamo molto simili ai quinti di oggi».
Tu “Rambo”, Annoni “Tarzan”, Bruno “O’animale”: eravate così cattivi?
«Ci facevamo rispettare, certo oggi con la Var saremmo andati un po’ in difficoltà. Era un altro calcio, incontravi squadre con solo tre stranieri ma forti. E se non riuscivi ad emergere con la qualità tecnica ti dovevi arrangiare».
Hai fatto un passaggio nell’Under 21 che poi è stata il nucleo della Nazionale del ‘90. Perché non succede più?
«Perché quei ragazzi giocavano quasi tutti titolari in Serie A, credo di essere stato l’unico di quel biennio a venire dalla B. Avevano già un’esperienza, minuti importanti ad alto livello e il salto era più semplice».
C’è paura oggi a far giocare i ragazzi in Serie A?
«Non è paura, c’è molto più interesse a raggiungere posizioni che ti portino denaro. Poche società lanciano giovani a costo di non raggiungere i loro obiettivi. Forse l’unico che si sta esprimendo alla grande in questo momento è Pio Esposito, altri dell’Under 21 che possano presto far parte della Nazionale non ne vedo».
Nemmeno Pisilli?
«Pisilli è un ottimo giocatore e un ragazzo eccezionale, però nella Roma è chiuso da Koné e Cristante che magari in questo momento danno più garanzie all’allenatore perché sono più solidi, hanno più esperienza. Ci rimette un ragazzo che dovrebbe avere la possibilità di fare uno step, ma succede ovunque in Italia».
La tua Roma il primo anno con Liedholm arriva terza, era una squadra forte…
«Era un’ottima squadra sì, fino a 7-8 domeniche dalla fine eravamo ancora lì, poi abbiamo perso in casa con Sampdoria e Inter e abbiamo un po’ mollato. Non dico che fu una delusione, però c’è stato un momento in cui abbiamo creduto di poter fare di più».
Il gol a Norimberga è il più importante della tua carriera?
«Veramente quello che ricordo con più piacere è quello di Como durante una striscia di tre o quattro vittorie di fila. Uno a zero con gol mio, una specie di cucchiaino, quindi Totti è arrivato dopo di me... Ovviamente scherzo, ma quel gol davanti a tanta gente di Roma, sotto alla curva, aggrappato alla rete, mi è rimasto nel cuore. Poi certo anche quello di Norimberga è stato bello e importante».
Cucchiaio di Como a parte tu tiravi forte, a Roma eri “bocca di cannone”. Perché oggi in tanti tirano solo a giro?
«Forse perché con i palloni di oggi un po’ leggerini anche il tiro a giro prende un po’ di potenza e di velocità. Avrei voluto vedere se con i palloni che pesavano più di mezzo chilo, con i campi bagnati e infangati, avrebbero tirato così. Anche le scarpe sono cambiate, sembrano delle pantofole. Noi ne avevamo cura, le riempivamo di grasso, si cambiavano i tacchetti, la loro misura. Adesso giocano tutti con i 13 tacchetti di gomma, anche quando piove. Alcuni non li capisco sinceramente, sarà che sono vecchio».
Sei arrivato a Napoli dopo Maradona, però hai giocato con tanti grandissimi calciatori.
«Alla Roma, senza voler togliere niente a nessuno, cito prima di tutti Sebino Nela. Sono arrivato perché lui era infortunato e nei primi mesi mi è stato vicino, mi ha aiutato, mi ha dato consigli e tanto altro. Poi Peppe Giannini, perché siamo stati in Nazionale assieme ed era un grande giocatore e ancora Bruno Conti e Pruzzo che sono stati icone e simboli di quella Roma. Ma grandi campioni erano anche Voeller, Careca, Zola e al Toro Walter Casagrande, che fece un gol all’Ajax che non avrebbe segnato nemmeno un giocatore di un metro e sessanta. E Gigi Lentini che purtroppo è stato sfortunato».
Di quel Toro ricordiamo tutti la finale Uefa persa con l’Ajax, Mondonico che alza la sedia, ma voi eliminaste in semifinale il Real Madrid di Bennhakker.
«2-1 per loro al Bernabéu, 2-0 per noi in casa, però siamo tornati da Amsterdam senza la Coppa e senza avere perso: 2-2 e 0-0 quando i gol in trasferta facevano la differenza. Nella partita di ritorno abbiamo preso due pali e una traversa al novantesimo, è andata così. Sarebbe stata la ciliegina sulla torta su una stagione veramente esaltante».
Quanto conta un allenatore?
«Io credo al 40% perché è quello che fa le tattiche, che nei momenti di difficoltà ti parla, che durante la settimana prepara la partita. Sicuramente un allenatore è quello che può far dare quel qualcosa in più ai suoi giocatori e c’è chi lo sta dimostrando anche in questo campionato».
Tipo Gasperini?
«Tipo Gasperini, Conte, Allegri. Tutti allenatori che contano molto in una squadra».
Dove può arrivare questa Roma?
«Mah, non diciamo niente (ride ndr). Si è creato entusiasmo, i giocatori sembrano entrati nella mentalità e nella metodologia dell’allenatore e parliamo di uno che negli ultimi anni ha sempre fatto bene con squadre belle toste e messe bene in campo. Quindi se i ragazzi avranno la forza di seguirlo fino alla fine, ci sarà veramente da togliersi delle soddisfazioni».
Te lo aspettavi che la Roma crescesse in questo modo così rapidamente?
«Sinceramente no, ma soltanto perché avevo paura che i giocatori non riuscissero a seguire i principi di allenamento e di gioco di Gasperini che non sono una passeggiata di salute. Sono stati bravi i ragazzi a mettersi a disposizione e a dare tutto e fino ad ora i risultati gli stanno dando ragione».
Stasera c’è Roma-Napoli, il campionato è ancora lunghissimo ma può dare delle risposte? Il salto di qualità per i giallorossi sono gli scontri diretti?
«Non sarà una partita determinante perché c’è ancora tempo, però è una sfida che può dare ai giallorossi ancora più consapevolezza dei propri mezzi. Sarà difficile e importante, ma la Roma che sto vedendo ha la possibilità di giocarsela alla pari con i campioni d’Italia».
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