Mi dice: «Lo vedi questo tatuaggio? È Mark Lenders! Lo vedi com'è vestito?» Il personaggio di "Holly e Benji", arcinoto cartone animato Anni 90, si staglia sul braccio di Ilaria Capparella in un'inedita versione giallorossa. La ragazza bionda lo mostra fieramente nella pizzeria che appartiene alla sua famiglia da 27 anni. "Good good" si trova nel cuore del quartiere Appio Latino, e le varie generazioni che se ne sono occupate hanno mantenuto invariate le cose importanti: gentilezza, combinazione vincente di pizze e antipasti, e soprattutto la fede calcistica. Estendendo il raggio d'azione, ci si rende conto che ad Appio Latino sono in molti ad avere il sangue giallorosso. Il motivo è chiaro: il Capitano è nato proprio qui, a via Vetulonia. È qui che è cresciuto, è qui ha mosso i primi passi. E soprattutto, è qui che ha iniziato a giocare a calcio. Il quartiere non è stato solo la culla di uno degli eroi moderni di Roma: anche il primo sindaco donna è nato qui. Ebbene: come se la passa oggi il quartiere di Francesco Totti e Virginia Raggi?

Il degrado delle strade

«Sarà pure un problema di tutta la città. Ma questo non significa che non se ne debba più parlare. Anzi» A pronunciare queste parole è Giulia, trent'anni. Indica un materasso che pende mollemente sul ciglio della strada, incoronato da qualche sacchetto della spazzatura. Il tutto non in qualche oscuro anfratto, ma a due passi dalla fermata metro Ponte Lungo. «Sono anni che questi tre cassonetti strabordano. Chiami il numero verde e non cambia niente. ‘Sta situazione nun se po' più vede'», conclude lapidaria. Girando per le strade è chiaro che quello segnalato da Giulia non è un caso isolato. Enrico, dirigente, una sessantina di anni, vive all'Appio Latino da sempre. Interrogato sulla questione dello sporco per le strade, dice: «Qua non è sempre stato così. Fino a dieci anni fa il camion dell'immondizia passava anche più volte al giorno. Ora ci sono giornate in cui lo diamo per disperso». Ma non di sola immondizia soffre l'Appio Latino. La mattina del primo dicembre un autobus passava (apparentemente) indisturbato su via Baccarini, quando si è aperta una voragine. Fortunatamente non abbastanza estesa da farlo sprofondare, ma di certo molto profonda. Il proprietario del bar "Ciak" nella stessa via racconta: «Nel quartiere non è la prima volta che succede. Prima a via Albano, poi a via Nocera Umbra, l'anno scorso a via Fortifiocca. Una volta in via Paruta un camion è caduto in una voragine nell'asfalto». Il motivo? Pare che il territorio su cui sorge l'Appio Latino abbia delle profonde cave nel sottosuolo, usate in passato come fungaie: da questo verrebbe il nome dell'attuale via delle Cave, ad esempio. Una peculiarità che presuppone una particolare cura nella scelta dei materiali del manto stradale. Cura che, evidentemente, non c'è stata.

I monumenti dimenticati

L'Appio Latino ha visto negli anni ricoprirsi la sua arteria principale, via Appia Nuova, di negozi di ogni genere. Per lo più si tratta di grandi franchising, da McDonald's a Zara, da Mondadori a H&M. Però il quartiere è molto più di questo. Peccato che lo si dimentichi. «Qua a via Dino Compagni c'è perfino una catacomba! Io l'ho scoperto qualche anno fa guardando la tv. Alberto Angela spiegava che è stata scoperta negli anni Cinquanta per puro caso. Pare che all'interno sia affrescata con motivi biblici, ma anche della mitologia romana». Perché se Anna, sessant'anni, ha sempre vissuto qui, è stato Alberto Angela a farle conoscere la catacomba dietro casa? «Non c'è neanche un cartello che indichi il monumento. Nessuno che la visiti. L'ingresso è spesso sporco e pare che per entrarci ci sia bisogno di un permesso». Anna ha ragione: bisogna rivolgersi alla Pontificia Commissione di Archeologia Sacra, e pagare. Un altro monumento dimenticato è l'oratorio di san Giovanni in oleo a Porta Latina, proprio davanti all'ingresso di villa Scipioni. È divertente fare la prova di chiedere ai passanti se sappiano chi l'ha costruito. Il risultato? Non lo sa nessuno. Quando poi si mostra loro la targa con le informazioni, fanno un salto mentre leggono: Borromini. Facendo delle ricerche si scopre che il genio seicentesco si è occupato unicamente del restauro dell'oratorio. Ciò non rende meno gravi le condizioni in cui versa il monumento. I nonni del quartiere un tempo raccontavano la storia di san Giovanni a cui è dedicato: l'apostolo preferì sottoporsi alla tortura dell'olio bollente piuttosto che rinnegare la fede. Avvenne proprio qui, dove sorge il monumento. Peccato che quei nonni ormai se ne siano andati. E che i loro nipoti abbiano dimenticato. Ora infatti è per metà ricoperto da scritte buttate lì con la bomboletta spray. La più grossa, in stampatello maiuscolo, recita così: "Ti voglio tanto bene Nana". Ed è corredata da diversi, per nulla sobri cuori rossi. Alla faccia di san Giovanni, e del Borromini.