Tutto ha inizio da una partita contro il Torino. Allo Stadio Olimpico, calcio d'inizio alle 17.30, proprio come il match in programma domani. Roma-Torino, del resto, per noi sarà sempre una finale di Coppa Italia. Anche quando capita agli ottavi, sì. È una finale fin da quel pomeriggio di primavera inoltrata di trentasette anni e mezzo fa.

17 maggio. Il 17 è una data importante nella storia della Roma. Alla faccia di chi dice che porta sfortuna, noi il 17 abbiamo giocato la prima partita della nostra storia, abbiamo vinto il terzo Scudetto e conquistato la Coppa Italia che ci ha fatto diventare grandi. Perché il 17 maggio 1980, quando Sergio Santarini alza al cielo il primo trofeo giallorosso a distanza di otto anni dal Torneo Anglo-Italiano, sono passati dodici mesi da quel 2-2 contro l'Atalanta che ci aveva regalato la salvezza. Il pari di Pruzzo, un destro al volo e la corsa scatenata sotto la Curva, quindi l'invasione di campo per festeggiare un incubo svanito.

Un anno dopo vinciamo la Coppa Italia, pur essendo stati ad un passo dal perderla. E forse il ricordo di questa partita è così bello proprio per questo, perché sembrava tutto finito mentre dal dischetto i nostri si lasciavano ipnotizzare da Terraneo. Perché Roma-Torino non solo è una finale di Coppa Italia, ma è una finale di Coppa Italia ai rigori, quella che trasforma una squadra fino a quel momento modesta (a livello di risultati, sia chiaro: la Roma non potrà mai essere modesta, nemmeno nella più anonima delle sue stagioni) in una squadra che di lì a poco farà sognare tutti i tifosi. Ma quel giorno, contro i granata allenati da Rabitti, siamo davvero ad un passo dal baratro, quando De Nadai fallisce il suo rigore. Eppure nei 120 minuti disputati all'Olimpico siamo stati noi ad andare vicinissimi al gol. Ma il palo maledetto si è frapposto due volte tra noi e la gloria: la prima su un velenoso diagonale del giovane Ancelotti a metà ripresa, poi sul finire del secondo tempo supplementare, quando una punizione di seconda di Agostino ai cento all'ora lo fa tremare. Niente da fare: le due squadre, stremate dopo aver dato tutto per due ore, si preparano a calciare i rigori. Il primo è Paolo Giovannelli, all'epoca poco più che diciannovenne, il quale deve attendere minuti che sembrano eterni: l'arbitro Michelotti, infatti, notando un avvallamento nel terreno a pochi passi dal dischetto, chiede di livellarlo. Passa un intervallo di tempo imprecisato, che potrebbero essere quaranta secondi come pure sei ore. Quando il giovane giallorosso riesce finalmente a calciare, Terraneo para senza problemi. Segnano Mandorlini, Brunetto Conti e Mariani.
Siamo sotto 1-2 quando De Nadai sistema il pallone, prende una lunga rincorsa e cerca di piazzarla: il portiere granata intuisce e para anche questo. "È finita", è il pensiero che attraversa le menti della stragrande maggioranza di tifosi e giocatori. Ancelotti, pur di non assistere ai festeggiamenti di Pulici e compagni, si avvia verso il sottopassaggio che porta negli spogliatoi. È qui, forse, che cambia per sempre la storia della Roma. Non Pisa-Roma, né Genoa-Roma, né Roma-Dundee o Roma-Liverpool. Tutto cambia il 17 maggio 1980, in una finale di Coppa Italia contro il Torino, quando Tancredi neautralizza il primo match point avversario respingendo il tiro di Greco. Di Bartolomei tira centrale, respinto da Terraneo. La delusione si riavvicina, ma è solo momentanea, perché Graziani spara alle stelle il suo rigore. Siamo ancora vivi. Siamo più vivi che mai. Santarini fa gol, Tancredi vola come un gatto a deviare il tiro di Pecci. Ancelotti, richiamato in campo da Turone, batte Terraneo. Quando Tancredi, con l'ennesimo riflesso felino, intercetta la botta a fil di palo di Zaccarelli, l'Olimpico esplode. Santarini alza la Coppa Italia, la prima a distanza di 11 anni, quindi il giro di campo, con Dino Viola quasi trascinato sulla pista dell'Olimpico. La Roma è diventata grande e si prepara, con l'arrivo di Falcão, a sfidare tutta Italia e non solo.

Ancora Tancredi: è bis!

Un anno e un mese dopo. Sempre il 17, stavolta di giugno, una data evocativa come poche. Tra noi e la Coppa Italia c'è ancora una volta la squadra granata, che nel frattempo è passata sotto la guida di Cazzaniga. L'andata all'Olimpico termina 1-1 e quella di ritorno al Comunale si chiude con lo stesso risultato in virtù dei gol di Cuttone e Di Bartolomei su rigore. Tutto si decide con i tiri dal dischetto, ancora una volta, e ancora una volta il protagonista è Tancredi. Che, dopo la trasformazione impeccabile di Ancelotti, ipnotizza ancora una volta Eraldo Pecci: il tiro è potente, ma non particolarmente angolato, e Franco respinge. Conti la piazza all'incrocio: un mancino perfetto che lascia di sasso il portiere avversario. Segnano anche Sclosa, Santarini e Bertoneri. La sequenza è sul 3-2 per noi, quando Agostino, fascia di capitano al braccio, calcia forte e centrale: Terraneo respinge e tiene a galla il Torino. Tocca a Graziani, che di lì ad un anno e mezzo vestirà la maglia giallorossa: solita rincorsa fino al limite dell'area per Ciccio, che cerca di piazzarla nell'angolino, ma non ha fatto i conti con la reattività di Tancredi. Il nostro numero 1 intuisce e si distende a respingere il tiro del suo futuro compagno. Cinque rigori parati in due finali nell'arco di un anno, mica male. Ma soprattutto l'eroe di Giulianova consegna a Falcão il match-point: rincorsa lunga anche per il brasiliano, che scaglia un bolide non particolarmente angolato, ma troppo potente perché Terraneo riesca ad intercettarlo. È la quarta Coppa Italia, la seconda consecutiva: la Roma di Dino Viola, ormai, è grande. E non solo perché in quella stagione ha corso per lo Scudetto fino al 10 maggio, quando Bergamo annulla il gol di Turone nello scontro diretto con la Juve. Siamo diventati grandi perché nella testa di tutti, dalla squadra alla dirigenza, è scattato qualcosa: la consapevolezza di poter ambire al massimo, la consapevolezza che questa squadra e questa città siano veramente pronte al salto definitivo, quello che ci porterà all'indimenticabile pomeriggio dell'8 maggio 1983.

La rimonta sfumata

Nel ‘93 si replica, ma stavolta le cose non vanno come ci auguriamo. È una stagione travagliata per la Roma di Boskov, che chiude al decimo posto in campionato, ma nella semifinale di Coppa Italia elimina il Milan di Sacchi, Baresi e van Basten. All'ultimo atto incrociamo di nuovo la nostra strada col Toro. I granata allenati da Mondonico vincono 3-0 l'andata al Delle Alpi. Il ritorno all'Olimpico sembra una pura formalità per i piemontesi, ma i giallorossi vengono accolti da un tripudio di cori, bandiere e girandole pirotecniche. «Certi di farcela, annientiamoli. Insieme si può». Giannini segna una tripletta su rigore, a cui si aggiungono le reti di Rizzitelli e Mihajlovic; in mezzo, però, la doppietta di Silenzi che fissa il punteggio su 5-2. Il Torino si porta a casa quello che ad oggi è l'ultimo trofeo della sua storia in virtù dei gol in trasferta. L'immagine di Giannini disperato dopo il palo che avrebbe potuto regalarci la Coppa è straziante, ma serve a ricordarci che, al di là di tutto e tutti, non esiste amore che non abbia fatto versare lacrime. Altrimenti, non sarebbe amore.