In tutti questi anni «La tv ci ha fatto vedere come si realizza un piatto, i fiori come decorazione, l'idea del quadro. Tutte cazzate: se voglio vedere Kandinsky o Pollock vado ad una mostra. A tavola si mangia! Anzi, si mangia nei mercati, per strada, in mezzo alla gente. Il cibo deve essere "rispettato" per quello che è, senza pippe mentali dello chef che deve far vedere quanto è bravo». Incontrare Chef Rubio, al secolo Gabriele Rubini, è sempre una gioia. Per la sua bellezza e spontaneità, per la schiettezza di quello che pensa e che dice. Uno di Frascati ma cittadino del mondo. Star del web, icona della tv e dei social per un modo di fare cucina (e non solo) diverso dagli altri. «Non amo quei cuochi famosi che ti lanciano un piatto in faccia se hai messo una goccia di troppo di olio sul piatto. Non è il mio mondo».

Il mondo di Chef Rubio è tutto in "È uno sporco lavoro", la cui seconda stagione partirà domani su Dmax alle 21.10 (in chiaro al canale 52 del digitale terrestre e su Sky al 136, e tutte le puntate sul web su Dplay). Nuove puntate, nuovi mestieri, nuove esperienze di vita per Gabriele Rubini. «La catena alimentare è fatta di lavoro duro e faticoso, e nella serie mi cimenterò anche io nei lavori più umili e duri. C'è un filo rosso che lega quello che faccio e quello per cui credo e mi batto: la "filiera" del cibo».

Ci faccia alcuni esempi.
«Il nostro buon latte, chi non lo beve. Mi vedrete nel fango a parlare con le vacche, compresa un'ispezione anale con il mio braccio infilato nel... Oppure assisterete alla nascita di un vitello».

Uno sporco lavoro, con il piatto finale però.
«Facciamo la pausa pranzo con i contadini, e mangiamo cose genuine, cose veraci. Gente che campa 100 anni. Ci sarà un motivo?».

Cos'è per lei il cibo?
«Cultura e conoscenza di un popolo. Sono stato tutta la scorsa estate in Asia, ho mangiato tutti gli insetti che hanno, ero ospite, non potevo rifiutarmi. Se noi esportiamo la carbonara non vedo perché non dovremmo importare le cavallette: fritte non sono male».

Fritte sono buone anche le suole delle scarpe, dicevano le nostre nonne.
«E' così, e sicuramente noi dell'area del Mediterraneo abbiamo una varietà gastronomica che altri non hanno. Tanto da buttarne via, perché il tema dello spreco alimentare è serio e molto presente nella civiltà Occidentale. Per me le larve e il sottobosco di Taiwan e dell'Indonesia possono entrare tranquillamente in Italia, come per altro avverrà da gennaio. Lo scambio deve essere bilaterale, altrimenti non c'è scambio. E' solo una cultura che esporta il proprio mondo, anzi forse lo impone, pensando di essere migliore, senza prendersi nulla in cambio».

E' molto impegnato nel sociale. Recentemente con Andrea Fassi della storica gelateria Fassi di Roma si è battuto per un progetto di integrazione con gli abitanti dell'Esquilino. Tra i suoi tanti impegni spicca quello con Action Aid per le adozioni a distanza in Africa.
«Il progetto con Action Aid sarà strutturato con una maratona live di 72 ore, dal 5 all'8 novembre, trasmessa in diretta dallo Zimbabwe sul sito di ActionAid, sul mio profilo Facebook e su quello di Radio Deejay. Sono stato lì e porto una testimonianza: non solo non ci sono scuole, ma neanche le strade per arrivare in quelle poche che ci sono. Chi ha di più deve dare qualcosa. Lo facevo prima, adesso a maggior ragione».

Si batte anche per i non udenti.
«Chiedono di poter vedere i film al cinema con noi, basterebbe mettere i sottotitoli».

Non possiamo salutarci senza parlare della Roma di cui per sua stessa ammissione è "tifoso fracico".
«È così, sono nato nell'83 pochi giorni dopo lo scudetto. Romanista dentro e addosso, magari approfondiremo in un'altra occasione, perché sulla Roma posso iniziare a parlare e non finirla più. Una cosa possa dirla però».

Prego.
«Amo Totti così come tutte le bandiere. Ma io sono uno che adora i "piccoli", i "gregari". Ho amato Alenitchev e Nakata, Tommasi e Gigi Di Biagio. Il mio preferito in assoluto è Paulo Sergio. Quel gol in spaccata contro la Juve chi se lo scorda».