Fra il dare e l'avere c'è di mezzo un mare di conti da far tornare. È una regola che al termine delle sessioni di mercato vale per la Roma come per tutte le altre. Le trattative al tempo del fair play finanziario lo impongono. Ne sa qualcosa il Milan, che ha pagato dazio agli affari scriteriati delle ultime due estati con l'esclusione dalle coppe europee. La stessa Inter in mano al colosso finanziario Suning è stata eliminata dall'ultima edizione dell'Europa League per mano del non irresistibile Eintracht dopo aver subito limitazioni alla rosa dall'Uefa.

Due esempi vicini ma lontani dai giallorossi, che questa volta non potevano contare nemmeno sugli introiti derivanti dalla qualificazione in Champions e hanno dovuto fare di necessità virtù da un punto di vista strettamente economico. Ma soprattutto nei giorni finali le operazioni condotte da Petrachi si sono rivelate più che buone sul versante tecnico: Smalling, Kalinic e Mkhitaryan rappresentano tre colpi di livello internazionale. Tutti arrivati in prestito (il croato anche con diritto di riscatto), per un esborso complessivo di otto milioni, a tappare le falle ancora aperte in difesa e attacco.

Alla fine il saldo fra acquisti e cessioni è risultato quasi in parità: la Roma ha speso per i suoi dieci acquisti 88 milioni nell'immediato, ai quali vanno sommati i 29 derivanti dagli obblighi di riscatto rispettivamente di Mancini e Veretout: il totale fa 117. Cifra molto simile a quella che entrerà nelle casse di Trigoria dalle cessioni, per certi versi più complicate rispetto ai nuovi arrivi: Petrachi ha alleggerito la rosa di Fonseca di quasi tutti i giocatori considerati in esubero, portando a casa circa 104 milioni a fronte di diciassette uscite.

Alla cifra vanno sommati i 13 milioni che trasformeranno i diritti di riscatto del Sassuolo su Defrel e del Granada su Gonalons in obblighi veri e propri (al verificarsi di determinate condizioni, che sembrano però facili da raggiungere): la somma complessiva arriverà così a 116,8. Le operazioni portate a termine sono state di varia natura e i dirigenti di Trigoria hanno dovuto dare fondo a tutta la creatività possibile, come nell'acquisto di Pau Lopez (il portiere più pagato della storia romanista), costato 23 milioni e mezzo più la rinuncia alla percentuale sulla futura rivendita di Sanabria da parte del Betis, che orientativamente può essere quantificata in sette milioni, ma non poteva essere ufficializzata al momento del passaggio dello spagnolo da Siviglia a Roma.

Anche in uscita più di una trattativa è andata a buon fine grazie alla complessità della formula adottata: basti per tutti l'esempio di Schick, finito a Lipsia dopo un lungo tira e molla con il club di proprietà della Red Bull in cambio di 3 milioni e mezzo per il prestito più mezzo milione al raggiungimento di determinati obiettivi. Cifra sdoppiata anche per il riscatto: 28 più uno in caso di qualificazione in Champions.