Dicevano: la sosta è arrivata al momento giusto, permetterà di tirare il fiato, recuperare i giocatori infortunati, godersi per un paio di settimane un ciclo di partite vincenti e, in alcuni casi, pure convincenti. Ecco, se all'approssimarsi del prossimo stop del campionato, magari a fronte di un paio di risultati positivi, risentiremo queste parole da qualcuno, quel qualcuno si senta già sfidato a duello. Perché la sosta per la Roma si è rivelata un disastro; un balzo indietro per tornare dritti dritti nell'incubo delle prime giornate; invece che giocatori recuperati giocatori infortunati e in tribuna; le piccole e traballanti certezze costruite con quelle quattro vittorie consecutive, asfaltate da una Spal che solo i dilettanti del calcio potevano pensare che sarebbe stata una passeggiata di salute. La sintesi? Olsen migliore in campo pure in superiorità numerica.

La difesa non c'è più

Ce ne sono decine di motivi che possono spiegare questa altalena romanista, una volta su, una volta giù, sintesi una classifica che alla vigilia delle trasferte di Napoli e Firenze fa percepire brividi di preoccupazione. Quello più evidente, se non altro perché concretizzato dai numeri, è il rendimento difensivo. Con le due pappine incassate dalla Spal (capace di segnare nei suoi primi due tiri in porta), nelle nove partite di campionato fin qui disputate, i giallorossi ne hanno beccati dodici, i due terzi oltretutto in casa dove solo il Frosinone tra le cinque squadre già ospitate è tornato a casa senza reti.
In sostanza è una media abbondantemente superiore al gol incassato ogni novanta minuti e che diventa ancora più preoccupante se si pensa che in tre occasioni (Frosinone in casa, Torino ed Empoli in trasferta) Olsen è rimasto con la porta imbattuta, cosa però che fa pensare più all'eccezione che conferma la regola. Non sarà che, forse, con questa Roma, sarà il caso di pensare a un atteggiamento in campo meno offensivo cercando di proteggere maggiormente la linea difensiva? Una linea difensiva, poi, che in quasi tutte le partite viene cambiata. Pure ieri con le scelte difrancescane che non si sono rivelate un successo. Per dire: tra i quattro difensori centrali a disposizione del tecnico, a nostro giudizio l'ultima accoppiata da fare è quella scesa in campo ieri, Fazio e Marcano, troppo simili per poter dare garanzie soprattutto negli spazi e in velocità.

Se poi ci si aggiunge la conferma di Luca Pellegrini sulla corsia di quel velocista e mezzofondista che è Lazzari (ma non sarà il caso di farci un pensierino?) la frittata è testimoniata dal calcio di rigore assegnato alla squadra emiliana (su cui peraltro si potrebbe pure discutere ma preferiamo non farlo) che di fatto ha cambiato una partita che, almeno fino a quel momento, aveva visto in campo soprattutto la Roma.

Olimpico nemico

La fragilità casalinga della Roma era stato uno dei temi in negativo principali della scorsa stagione dopo che il primo anno difranceschiano si era concluso con sette sconfitte davanti ai tifosi giallorossi, sei in campionato e una, fatale, in coppa Italia contro il Torino. Si pensava: la Roma in questo senso non potrà fare peggio. E invece questa squadra capace di uccidere una speranza che pure aveva dato, sembra proprio che all'Olimpico soffra di una mancanza di personalità che diventa irreversibile nel momento in cui si va sotto nel punteggio (fin qui una sconfitta, due pareggi e altrettante vittorie). Se ci pensate, è l'immagine della partita di ieri con una Roma dignitosa fino al rigore di Petagna, poi più o meno scomparsa dal campo, incapace di dare e darsi una scossa in grado di riaprire la partita. È vero, questa è una Roma giovane (ma è così che è stata costruita), però la carta d'identità non può spiegare fino in fondo un secondo tempo come quello di ieri, giocato senza anima, cuore, corsa, palle, nonostante dagli spalti arrivassero incitamenti piuttosto che fischi.