Guascone, sferzante, beffardo, irriverente, provocatore. Comunicativo coi gesti prima ancora che con le parole. E ancora competitivo, ossessivo, eccessivo. A José Mourinho si potrebbe legare una sfilza di aggettivi anche più lunga, senza mai rischiare di essere ridondanti. Il sovraccarico fa parte del personaggio, che pure non ha nulla di ampolloso. L'uomo di Setubal che ha conquistato mezza Europa facendosi amare dai suoi tifosi e odiare dagli avversari nessuno escluso, non potrebbe essere più diretto. Forte sì del proprio invidiabilissimo curriculum (25 trofei vinti, due Champions, due Europa League e otto campionati in quattro Paesi), ma anche di un'efficacia estetica, prima che mimica e linguistica, con pochi eguali.

Mourinho è in perenne lotta con l'altro da sé. Dove un nemico si fatica a trovarlo, lo crea lui, in un bisogno quasi parossistico di antagonismo. E da lì trae vigore, per il gruppo prima ancora che per se stesso. Rappresenta al tempo stesso condottiero e scudo delle proprie squadre, che non a caso tendono a seguirlo fino allo stremo delle energie psico-fisiche. Forse per questo i suoi cicli sono tanto intensi quanto brevi: mai è rimasto in uno stesso club per più di tre stagioni. La mezza eccezione è il Chelsea, dove è tornato a distanza di sei anni dal traumatico addio del 2007: poco più di un biennio, dopo il triennio iniziale da sogno. Magistrale e specialistica. Il tempo di aggiungere altri due trofei alla bacheca dei Blues dopo i sei del primo ciclo. Per poi volare verso Manchester, sponda United, a sfidare in un suggestivo derby l'atavico alter ego, il professionista dal lato opposto della barricata, l'uomo ai suoi antipodi in tutto: quel Guardiola che aveva allenato da vice di Robson prima e di van Gaal poi, all'alba della carriera da tecnico nel Barcellona. E oltre Pep, proprio i blaugrana diventeranno nemici giurati di Mou.

Non gli unici. Meno che mai fra le squadre da cui transita. Amate e odiate, sempre con reciprocità di sentimenti. A partire dai primordi. L'esperienza da primo allenatore comincia all'alba del terzo millennio sulla panchina del Benfica, che però lascia dopo sole nove partite, finendo poco più di un anno più tardi al Porto, dopo la parentesi a Lieira. Coi Dragoes spicca il volo alla soglia dei quarant'anni. Subito doppietta campionato-coppa (con tanto di record di punti), poi la Coppa Uefa, fino al miracolo della stagione seguente, con la vittoria della Champions meno pronosticata di sempre. Esattamente diciassette anni fa, il 4 maggio, batte il Deportivo La Coruña nella semifinale di ritorno in Galizia, che gli schiude l'ultimo atto contro il Monaco di Deschamps. Nel febbraio 2011, di passaggio nell'aeroporto della stessa città spagnola, la sua guardia del corpo sventa un attentato ai suoi danni, subendo la coltellata di un tifoso del Depor destinata proprio al tecnico, forse come vendetta per quella lontana eliminazione. Mou divide a ogni latitudine, ma è una medaglia che si appunta, molto più che un cruccio. Perfino il primo grande trionfo è disgregante. E spiazza tutti, a partire dai suoi. Al momento della consegna del trofeo dopo aver strapazzato i francesi 3-0 nella finale di Gelsenkirchen, Mou si presenta con espressione platealmente corrucciata per la foto-ricordo, e un attimo dopo lo scatto si sfila la medaglia da vincitore a favore di telecamere. Spiegherà quel gesto poco più tardi, alla presentazione da neo-allenatore del Chelsea. A modo suo ovviamente: «Non sono preoccupato dalla pressione. Se avessi voluto un lavoro facile, lavorando con la grande protezione di quello che avevo già fatto, sarei rimasto al Porto. Una bella sedia blu, una Champions League, Dio, e dopo Dio, io». Inimitabile, da qualsiasi punto di vista lo si osservi.

Nasce il mito dello Special One. In Premier colleziona rivali in serie, a partire da Wenger, passando da Ferguson (che lo sceglierà anni dopo alla guida dello United) e arrivando a Conte. Il contrasto è il suo condimento preferito anche in Italia, dove prima fulmina tutte le avversarie della sua Inter, pronosticando «zero tituli» per ognuna e assicurandosene 5 per sé in due stagioni. Poi approda al Real, dove riesce a spezzare il monopolio del Barça bulimico, pur dopo qualche boccone amaro e un celeberrimo «porqué» a sugellare la consueta polemica a distanza per un arbitraggio nel Clasico. I direttori di gara restano nel suo mirino in ogni Paese: dalle manette ostentate in Italia, al binocolo mimato durante l'esperienza spagnola. La sindrome di accerchiamento fa da sprone ai suoi giocatori, i gesti di sfida agli avversari lo innalzano a idolo dei tifosi: dalle tre dita mostrate in Champions ai milanisti per ricordare il triplete vinto sulla sponda opposta di Milano, all'orecchio mostrato a fine gara (vinta) agli juventini che lo beccavano incessantemente. Nell'universo mourinhano dentro è tutto fortino, fuori è il nemico, da sfibrare e poi battere. Uno così sembra disegnato su misura per questa piazza. Dalle gesta ai gesti. Fino a «Daje Roma». Che poi è quello che più conta.