Ha giocato con Milan e Real Madrid. Ha vinto tutto e di più. Ha vestito la maglia della Nazionale cinquantasette volte e non è diventato campione del mondo nel 2006 solo perché sulla panchina azzurra sedeva quel Marcello Lippi con cui non si è mai preso e mai si prenderà. Eppure se a Christian Panucci chiedete l'emozione più forte provata in quel mondo del calcio che tuttora lo vede protagonista come commissario tecnico dell'Albania (il vice è Marco Cassetti), la sua risposta è una sola parola, «Roma». Quando lo diceva da giocatore giallorosso qualcuno ha pensato lo facesse per piaggeria, ora invece conferma che quello che diceva era semplicemente quello che pensava. E continua a pensare.

Christian ma che ti ha fatto Roma?
«Mi ha conquistato. Non è un caso che la maglia giallorossa sia stata quello che ho indossato di più. Oggi, lavoro permettendo, vivo nella mia casa a Roma. E mi sento a casa».

Hai vestito maglie come quelle di Milan e Real, lì hai vinto tanto, Roma e la Roma cosa hanno di speciale?
«Tutto. A cominciare dalla mia Roma. Contro l'Atalanta sarò all'Olimpico».

Che Roma ti aspetti in questa stagione?
«Migliore. Alle spalle ha un anno di lavoro di Di Francesco e questo conta».

In Europa non sarà semplice ripetersi.
«Vero. Ma molto dipenderà pure dai sorteggi perché oggettivamente in Champions ci sono cinque-sei squadroni che, partendo dal fatturato, sono di un livello superiore».

Parli di fatturato. In questo calcio i ricchi sono sempre più ricchi, le distanze con le altre si sono dilatate. Che deve fare un club come la Roma per avvicinarsi ancora di più al vertice?
«Lo stadio».

Facile a dirsi, ma come avrai visto un po' più complesso farlo.
«Ma è l'unica strada. Quando la Roma avrà il suo impianto ci sarà da divertirsi. Non è un problema solo della Roma, ma di tutto il calcio italiano. Abbiamo degli stadi che fanno ridere, solo la Juve, tra i top club, lo ha. E vince».

Mica vincerà solo per lo stadio...
«No. Ma l'impianto di proprietà è un fattore di enorme importanza. Anche la Federazione albanese sta costruendo il suo stadio, ma come è possibile che in Italia ci siano tante difficoltà per costruirli?».

In sintesi: la Juventus vincerà pure questo di campionato?
«Mi stupirebbe il contrario, hanno preso Cristiano Ronaldo e, a parte Higuain, sono rimasti gli stessi».

Non è che magari l'ossessione della Champions li potrà distrarre?
«Potrebbe pure succedere, ma mi sembra difficile anche se pure per la Juventus non sarà semplice alzare la Champions».

La Roma si è avvicinata?
«Prima di parlare della squadra, posso farlo della società?».

Ci mancherebbe.
«Ho sentito parlare non bene di questa nuova società. Eppure in questi anni hanno fatto un grande lavoro, la Roma è rimasta sempre competitiva. Nonostante la spada di Damocle delle esigenze del bilancio».

Che vuoi dire?
«Che la Roma è sempre stata costretta a vendere qualche giocatore. Ma non poteva fare altrimenti».

Quest'anno è andato via Alisson...
«Ma un portiere, per quanto formidabile, a oltre settanta milioni non puoi non venderlo. E vorrei pure aggiungere che Alisson era stata questa società a comprarlo, così come tutti gli altri che sono andati via. È arrivato Olsen che, vedrete, farà vedere di essere un buon numero uno».

Insomma, torniamo a parlare di fatturato.
«Quindi di stadio. È inevitabile. Ne ha bisogno la città e la Roma. Questa società con lo stadio può stupire».

Il problema è che sono dieci anni che non si vince niente. Come sai l'ambiente è esigente.
«Io dico che dove c'è amore c'è esigenza».

Ma non è che vendendo ogni anno poi vincere diventa sempre difficile?
«Vincere è difficile a prescindere. Io poi non credo che si sia cambiato troppo».

Come non si è cambiato troppo?
«Lo scheletro della squadra è rimasto, Manolas, De Rossi, Florenzi, Dzeko. E sono arrivati tanti giovani e molto interessanti, aggiungendo qualità e velocità».

Ti aspettavi che De Rossi sarebbe arrivato a quest'età ancora protagonista?
«Non mi sorprende. È una persona e quindi un giocatore serio. E poi ha un vantaggio enorme: gioca con la squadra che ama».

Di Francesco è sulla panchina giusta?
«Io dico che Eusebio, con il lavoro fatto al Sassuolo, si è meritato la panchina giallorossa. Con lui alla Roma non c'eravamo incrociati, ma solo qualche volta in Nazionale. Sta dimostrando di avere le qualità per stare dove sta».

Cosa ti ha convinto di lui?
«Il fatto che si è migliorato sotto tutti i punti vista, dimostrando di non essere fermo sulle sue scelte, ha personalità, capacità di comunicazione. In più ha avuto un grandissimo merito».

Quale?
«È riuscito ad avere credibilità all'interno dello spogliatoio. I giocatori lo ascoltano. Per un allenatore è un aspetto importante».

Ti convince che faccia giocare la squadra con una linea difensiva molto alta?
«Non è solo questione di linea difensiva».

Cioè?
«L'efficacia di quella soluzione dipende dal lavoro di tutta la squadra. Dirò una banalità, ma nel calcio si difende in undici, se lo fai la linea difensiva alta può essere un'ottima scelta che garantisce buoni dividendi».

Ti senti di paragonare Di Francesco a qualche allenatore che hai avuto nella tua carriera di calciatore?
«Di Francesco è Di Francesco. Ognuno ha le sue caratteristiche, è inutile fare qualsiasi paragone. Da tifoso romanista gli auguro le migliori fortune».

Certo che quest'anno per ogni partita dovrà fare delle scelte.
«Meglio. La rosa della Roma è ricca di soluzioni in tutti i ruoli».

Un ruolo che da anni è problematico nella Roma è il tuo, l'esterno destro basso della linea a quattro.
«Florenzi ha tutto per poterlo fare con qualità e continuità. Karsdorp devo dire lo conosco poco, per lui l'importante è tornare a stare bene. Certo lo scorso anno c'era Bruno Peres che portava un po' troppo il pallone».

Tra i tanti giovani che la Roma ha preso, chi ti convince di più?
«Per quello che ho visto, non posso non rispondere Kluivert. Mi sembra sveglio, in tutti i sensi, mi ha impressionato, a Torino è entrato e ha cambiato la partita. Ma adesso non facciamo il solito errore».

Quale?
«Quello di dargli troppe responsabilità. Facciamolo crescere con calma. E aspettiamo, perché l'olandese in questo periodo ha un vantaggio».

Cioè?
«È un brevilineo, pesa poco, entra subito in forma. Al Real avevo come compagno Savio. Fino a ottobre era da pallone d'oro, dopo progressivamente lo era sempre meno».

Uno dei problemi di questa Roma sembra essere Pastore. Dove farlo giocare?
«Credo che la sua collocazione in campo non sia semplice. Può fare l'intermedio di centrocampo ma deve essere quello che poi si va ad appoggiare sugli attaccanti, giocandogli vicino. Le sue qualità non si possono discutere, ma ha bisogno di tempo per riabituarsi al nostro calcio, sapendo che giocatori come lui i problemi li possono avere quando non sono in possesso di palla. Sulle sue qualità non si può proprio discutere».

Non c'è il rischio che due giovani emergenti come Lorenzo Pellegrini e Cristante siano penalizzati da troppa abbondanza?
«Non scherziamo. Sono due ragazzi interessantissimi. Cristante è reduce da un grande campionato con l'Atalanta, Pellegrini ha già fatto vedere le sue potenzialità. Entrambi hanno prospettive molto importanti».

Mi fai la classifica delle sfidanti alla Juve?
«Inter, Roma, Napoli, Milan e poi la Lazio».

Insomma Juve avviata verso l'ottavo scudetto?
«Sì. Anche perché il campionato italiano è troppo facile. Ci sono quattro-cinque squadre, le altre sono lontane».

Da ct a ct: per Mancini il lavoro quanto sarà difficile?
«Di sicuro più facile perché l'Italia rimane l'Italia. Certo il calcio italiano sta attraversando un momento difficile. E sai perché?

No.
«Perché nei settori giovanili si lavora solo con la palla. Quando invece l'aspetto fisico oggi conta tantissimo. Ma hai notato quanto giocatori oggi a un certo punto hanno problemi di crampi? Ai miei tempi non succedeva».

Della tua Roma con chi stai in contatto?
«Con tutti. Da Dellas, che fa l'allenatore in Grecia, a Delvecchio. Fino a Batistuta. Con l'argentino ogni tanto mi vedo su un campo di golf».

Come ve la cavate?
«Eravamo meglio come calciatori».

Difficile immaginare il contrario.