Il movimento del 77 sarà anche nato con gli indiani metropolitani, ma ha trovato il suo compimento soltanto il 6 dicembre del 2009. Quando il numero 77 al minuto 77 è stato più punk di quelli di trent'anni prima: ha sovvertito ogni ordine costituito, staccandosi dalla consueta posizione di terzino e segnando un gol che lo ha consegnato alla leggenda e al cuore di ogni romanista. Quel 77 si chiama Marco Cassetti. Quel gol non c'è bisogno di ricordarglielo. «Da allora me ne chiede conto chiunque», ammette lui ridendo.

Allora passiamo ad altro, ad esempio alla tua nuova vita da allenatore. Come procede?
«Benissimo, ho cominciato da poco, vivendo solo un paio di amichevoli con l'Albania, ma per ora è un'avventura molto coinvolgente».

Sei il secondo di Panucci, vecchia conoscenza romanista.
«Lo ringrazio, mi aveva già cercato in precedenza per chiedermi di far parte del suo staff. Voglio imparare dall'esperienza di Christian».

Farai il tecnico da grande?
«L'ambizione è quella. Ho sostenuto il corso "Uefa A" per conseguire il patentino, vedremo dove arriverò, per ora mi affascina».

Hai trovato giocatori interessanti in Albania?
«Ce ne sono diversi fra i giovani, ma il problema è che molti di loro hanno doppio passaporto e sperano nella chiamata delle altre nazionali in cui potrebbero giocare».

Magari qualcuno da consigliare alla Roma.
«Non esageriamo».

Ti manca il calcio giocato?
«All'inizio tantissimo. Ti confesso che appena ho smesso ho trascorso due anni molto duri: abbandonare quello che hai sempre fatto ti rende spaesato. Ora con questo nuovo ruolo mi manca molto meno».

E la Roma?
«Quella manca sempre. Avrei voluto finire diversamente, ma il destino ha deciso così».

Ora ne parli in radio.
«E mi diverte tantissimo, è davvero una bella esperienza. Soprattutto mi permette di sentirmi quotidianamente vicino alla Roma».

In questo periodo il protagonista è Monchi.
«Mi piace molto. Sta emergendo una sintonia totale col tecnico che può solo portare vantaggi. Anche gli otto-nove colpi di inizio sessione lo dimostrano».

Che idea ti sei fatto del mercato giallorosso?
«Difficile avere certezze prima degli impegni agonistici veri e propri, sono convinto che è sempre il campo a dare le sentenze. Ma sono altrettanto certo che alla campagna acquisti lavorano professionisti che fanno il meglio per il club».

D'accordo, ma al di là della diplomazia?
«Sono arrivati ottimi giocatori, a fronte di due cessioni dolorose. In particolare Nainggolan: io non lo avrei mai ceduto. C'è però da dire che al suo posto oggi ce ne sono tre nuovi in mezzo al campo».

Chi ti convince di più?
«Pastore non ha bisogno di presentazioni, Cristante è stato il miglior centrocampista della scorsa stagione, di Coric ne parlano tutti un gran bene e anche a me sembra promettentissimo».

Cosa possono dare?
«Tanta qualità. Con loro la rosa è più ricca e si alza sensibilmente la media tecnica. Alternative così importanti rendono la squadra di livello assoluto».

Un nome accostato alla Roma è Barella, con cui hai giocato.
«Giocatore eccellente, peraltro migliorato tantissimo negli ultimi due anni. Appena ragazzino, in un Como in cattive acque, si intuiva che aveva la testa giusta».

Da cosa?
«Era molto partecipe del clima, sempre concentrato, a disposizione di tutti, mi ha colpito la sua personalità: aveva già "fame" e spirito di sacrificio».

Lo consiglieresti?
«Senza dubbio, ma al prezzo giusto. A 25 milioni può essere un ottimo investimento, le cifre che circolano però mi sembrano eccessive».

Chi ti ricorda?
«Più Nainggolan di De Rossi. Daniele ha un'intelligenza inarrivabile lì in mezzo. Barella è simile al Ninja come cattiveria agonistica e anche negli inserimenti: ha un ottimo tiro, è la mezzala ideale».

Con te a Como c'era anche Pettinari, cresciuto a Trigoria.
«Lo conoscevo da quando era nella Primavera, fece diversi gol. Ma credo sia quella la sua dimensione».

Cosa manca ancora alla Roma?
«Credo che l'unico ruolo in cui c'è da aggiungere qualcosa sia l'esterno destro. Se il Barcellona non si fosse comportato male, Malcom sarebbe stato un colpo sensazionale. Avrebbe fatto innamorare i romanisti. Ora c'è Ünder, che è forte ma da solo non basta, e Florenzi che però ormai gioca basso».

Una trafila simile alla tua.
«Sì, anche io come Alessandro sono nato "alto", poi sono arretrato».

In che ruolo lo preferisci?
«Per me è un terzino a tutti gli effetti, un po' perché mi sembra la sua reale vocazione, un po' perché ha tutto per fare bene, dal senso tattico alla corsa. Forse paga qualcosa dal punto di vista fisico, ma non si può avere tutto».

Fra i giovani sta emergendo il tuo concittadino Tonali.
«È bravissimo, sarei felice se venisse alla Roma. Pur essendo un classe 2000 ha mostrato grandissima personalità nel cuore del gioco».

Futuro più prossimo: che campionato sarà?
«La Juve avanti a tutti, ancora di più con Ronaldo, che però può anche fungere da stimolo per le altre. Mi intriga il mercato dell'Inter, ma la mia Roma se la può giocare fino in fondo».