Quando contattiamo Cesare Bovo, lo troviamo in partenza per Palermo: lo scorso anno era a Pescara, ma è una parentesi ormai chiusa. «Il contratto scadrà tra pochi giorni, a fine mese. L'ultima annata è stata negativa (8 presenze, ma tutte nei primi 4 mesi di campionato, ndr), il ginocchio mi faceva male, e a dicembre mi sono dovuto operare. Ma ora sto bene, e a 35 anni non mi sento né vecchio né finito: spero di trovare qualcuno che abbia ancora fiducia in me. Per ora inizierò a prepararmi da solo. A Palermo, che ormai è casa mia: anche mia moglie è di lì...». A Palermo, nel 2009, dopo aver giocato con Parma e Roma, e vinto l'Europeo con l'Under 21, il 26enne Bovo era uno dei senatori, quando si ritrovò in squadra un ventenne argentino arrivato dall'Huracan, con mezzi tecnici fuori dal comune. «Era un ragazzino Pastore all'epoca, e non era neanche molto conosciuto. Ma si vedeva subito che aveva un gran talento».

La leggenda narra di un tunnel al primo allenamento.
«Gli piaceva fare i tunnel, è vero. Lui è un giocatore che vive per la giocata. Ma erano tutte giocate concrete, gli è sempre piaciuto fare assist. All'epoca ogni tanto ancora si assentava nel corso della partita, poi prendeva palla e la cambiava».

Fuori dal campo?
«Un ragazzo molto bravo: tranquillo, educato e rispettoso. Un tipo a posto. Va detto che è stato anche fortunato: è arrivato in un Palermo pieno di sudamericani, non è stato difficile per lui riuscire a inserirsi. Eravamo una squadra forte, ma anche un bel gruppo».

Il suo punto di forza?
«Lavora molto sull'avversario, e come saltarlo, ha un grande senso del dribbling. È un giocatore straordinario, che non ha mai paura di sbagliare, cosa che gli consente di tirare fuori la giocata importante. Quando è arrivato il Palermo aveva degli ottimi giocatori, soprattutto davanti: da Cavani a Ilicic, fino a Hernandez e Miccoli, ma lui si è subito imposto».

Un ricordo in particolare?
«Fuori dal campo tanti bei momenti, ma nessuno in particolare. In campo, forse il derby con il Catania: dire che ce lo ha fatto vincere da solo magari non sarebbe giusto, perché giocò bene tutta la squadra, però insomma, vincemmo 3-1 con tre gol suoi. Uno lo fece subito dopo l'1-1 del Catania: palla al centro, e ci riportò subito avanti».

Come lo piazzerebbe, in una classifica dei suoi compagni di squadra?
«Non lo so, ne ho avuti tanti bravi. Ho giocato alla Roma, con Totti e non solo, con Cavani. E poi a Parma c'era Morfeo, che aveva un talento straordinario...».

Per Di Francesco Pastore può fare anche la mezzala.
«Beh, ai tempi non era uno che facesse un gran lavoro di copertura, ma sicuramente rispetto a 8-9 anni fa sarà cresciuto e maturato. E poi lui è uno a cui è sempre piaciuto mandare in porta i compagni: magari quando devi fare la partita, può giocare anche alle spalle di un tridente. Ma non sta a me dire se potrà giocare in quel ruolo, visto che la Roma ha un allenatore che ha fatto un lavoro magnifico...».

L'ha seguita la Roma? Ci è cresciuto, insieme a De Rossi...
«Con Daniele siamo cresciuti insieme, anche fuori dal campo: quando aveva 12-13 anni stava spesso a casa mia. Adesso non ci sentiamo spessissimo, la vita va avanti e le strade si separano. Ma quando ci sentiamo, è come se il tempo non fosse mai passato. E la Roma è stata parte della vita mia: sono sempre stato romanista, ho passato più di 10 anni a Trigoria, l'occhio ci va sempre. Poi è chiaro che giocando vedi più la Champions che il campionato. Un bel rammarico: la Roma era sul livello delle finaliste, peccato essere usciti in quel modo».