L'immagine di qualche giorno fa di Edin Dzeko in quarantena diviso dai figli da un vetro di cuori disegnato nella villa di Casal Palocco ha fatto il giro del web romanista e non solo. Ci si è messo il coronavirus, che l'ha fermato proprio nel mezzo della rinascita romanista del centravanti bosniaco. Una rinascita sulla quale in pochi avevano dubbi, guardando al giocatore, mentre in molti temevano un contraccolpo, guardando all'uomo. Che in parte c'è stato, almeno per una settimana o dieci giorni, dopo il mancato trasferimento alla Juve. Non tanto per non essere approdato alla corte di Pirlo, che comunque per ora è costretto a guardare la schiena dei giallorossi in classifica (con tre punti guadgnati a tavolino, mentre la Roma ne ha uno in meno per lo stesso motivo), quanto per il modo in cui si è sviluppato il tira e molla con i bianconeri. Ma da professionista top quale è Dzeko si è rimesso gli scarpini per il verso giusto e s'è letteralmente ripreso la Roma. A suon di prestazioni, soprattutto, e di qualche gol. Avvicinandosi sempre più al podio dei marcatori all-time giallorossi. Che raggiungerà presto, c'è ragione di credere. Ma non così presto. Dovrà negativizzarsi (come abbiamo imparato a dire negli ultimi mesi) e per questo scalpita il bosniaco.

Già dall'inizio di questa settimana i sintomi del Covid-19, che si erano manifestati il primo giorno con qualche linea di febbre, sono già meno forti, tanto che ieri il capitano giallorosso ha provato a te- nersi in forma con un piccolo allenamento domestico in giardino, stile-lockdown. A chi tocca nun se 'ngrugna, si dice a Roma quando qualcosa arriva e c'è poco da fare, come in questo periodo con questo diffusissimo virus. L'importante è avere la fortuna di superarlo pre- sto. Ma c'è più di una ragione per credere che a Edin il grugno - sportivamente - sia venuto e neanche poco. Perché, al di là della Roma che comunque adesso si "giova"della sosta in questa sua assenza, se c'era una speranza per la sua Bosnia di raddrizzare le sorti di un girone complicato in Nations League, Edin l'avrebbe voluta cogliere, dando il suo contributo sul campo, indossando la fascia da capita- no come sempre. In due sfide importanti contro due nazionali bla- sonate come l'Olanda e l'Italia. Ad Amsterdam la prima e nel "suo" stadio la seconda, a Sarajevo, allo stadio Grbavica dove gli Azzurri sfideranno i suoi connazionali mercoledì prossimo. Mentre è stato e sarà costretto a tifare dal divano per i suoi compagni, già ieri nell'amichevole con l'Iran, conclusa con una sconfitta casalinga per 2-0 e nelle prossime due gare internazionali.

Poco male, non appena il test dirà "negativo" Edin tornerà a occuparsi 24 ore al giorno della Roma che è tornato a sentire sua. Forse anche di più. Perché in un campionato strano come quello che si sta disputando di possibilità di dire la sua (fino in fondo e per i primi posti) la squadra giallorossa ne ha eccome. Tornare in Champions League e togliersi qualche soddisfazione in più. Sarebbe anche meritato alla sesta stagione consecutiva nella Capitale e senza trofei per il diamante di Sarajevo. Che quest'anno sente profumo di qualità che per ora è bene tenere nascoste (le griglie lasciamole ad altri, pensano convinti a Trigoria), ma che ci sono. Con i due tenori "piccoletti", Pedro e Micki, con il suo vicino di casa (e di quarantena), il vice-capitano Lorenzo Pellegrini, con quel muro della difesa baby e di Chris il leader. Per crederci di nuovo, a testa bassa e in silenzio.