Con una coincidenza temporale che sa di beffa, in queste ore è diventato certo il divorzio tra la Roma e il vicepresidente Mauro Baldissoni. Lo strappo è ormai evidente e si è consumato attraverso vari passaggi formali ed altri meno formali, ma forse ancor più significativi. E tutto questo proprio nel giorno in cui la cosiddetta cordata del Kuwait, che in maniera un po' facilona era stata accreditata proprio della benedizione del vice presidente della Roma, si avvicina in maniera significativa al capitale della società giallorossa: «È vero, il nostro gruppo d'investimento sta parlando con mister Friedkin per valutare l'ingresso nella As Roma». Parole e musica (in una seguitissima trasmissione televisiva kuwaitiana) del signor Fahad Al-Bakr, imprenditore arabo che fino a poche settimane fa era stato fiero avversario proprio dei Friedkin nella corsa al pacchetto di maggioranza delle azioni della Roma. Facile pensare che sia stato proprio Baldissoni a mettere in contatto i due imprenditori, considerando che da tempo circola a Londra, uno dei quartier generali del gruppo dell'imprenditore texano, la circostanza che Dan e Rayan stiano cercando dei soci di minoranza per consolidare il capitale del club e aumentarne in maniera significativa gli investimenti.

La cosa semmai un po' curiosa è che ai tempi della trattativa con Pallotta era sembrata assai credibile l'ipotesi per cui dell'investimento iniziale del gruppo Friedkin per l'acquisto della Roma, quasi 100 milioni sarebbero andati proprio a consolidare la cassa per sostenere qualche progetto di acquisto di giocatori per rinforzare immediatamente la rosa. E invece l'imperativo in questo mercato resta al momento quello di ridurre per quanto possibile il monte ingaggi e realizzare già entro dicembre, ma con un orizzonte temporale esteso fino a giugno 2021, le plusvalenze necessarie (in totale 125 milioni) per non rischiare di incorrere tra un anno negli strali del FairPlay finanziario.

Si prenda in ogni caso il nuovo presidente tutto il tempo necessario per poter illustrare meglio il suo progetto. Intanto registriamo il fatto che un altro pezzo significativo della Roma di Pallotta sta per allontanarsi da Trigoria. Per quello che era dato sapere fino a oggi, Baldissoni avrebbe mantenuto almeno fino alla naturale scadenza del contratto (30 giugno 2021) la titolarità sul progetto stadio, con tutto quello che ne derivava, ma non sarà così. Dopo il demansionamento deciso da Pallotta all'inizio del 2019 con la redistribuzione delle cariche apicali a Fienga, nel successivo passaggio di proprietà dal bostoniano allo houstonano si era legittimamente sollevata qualche perplessità circa il destino di Baldissoni, l'unico dirigente presente nella Roma americana dal primo giorno ad oggi. In realtà proprio l'importanza strategica del file "Nuovo stadio" sembrava preludere alla conferma della collaborazione con l'avvocato, ma poi l'arrivo improvviso dei due Friedkin a Roma, il mancato coinvolgimento del dirigente nelle questioni della gestione della società, l'esclusione dal board sancita ufficialmente pochi giorni fa, e ora il mancato coinvolgimento negli imminenti colloqui con la sindaca Raggi per gli inevitabili aggiornamenti del caso, hanno di fatto sancito uno strappo che non sembra ricucibile.

Salvo clamorose sorprese, dunque, Mauro Baldissoni lascerà la Roma assai presto, magari il tempo di un accordo economico. Era stato lui l'artefice principale della positiva chiusura della trattativa con il gruppo rappresentato da Pallotta, grazie all'intuizione condivisa tra l'avvocato romano e Joe Tacopina, vulcanico avvocato/imprenditore newyorkese da sempre interessato ad investimenti nel calcio italiano (non a caso dopo l'esperienza iniziale romana, nella quale ha capito presto che avrebbe avuto comunque solo ruoli periferici, ha prima acquistato il Bologna, poi il Venezia e adesso è in cerca di nuove possibilità di investimento). Nella prima Roma di Pallotta, Baldissoni ha avuto un ruolo strategico ma non riconosciuto a livello operativo, salvo poi essere inevitabilmente coinvolto nella gestione fino ad assumere il ruolo strategico di direttore generale in un periodo temporale lungo cinque anni e mezzo (luglio 2013-gennaio 2019). Ha lasciato la gestione diretta del club in seguito all'uragano che travolse a stretto giro Monchi e Di Francesco, con l'ascesa al potere di Guido Fienga con cui però l'avvocato romano ha continuato a collaborare assumendo il ruolo di vice presidente della società e, soprattutto, la responsabilità del progetto stadio. Ora è il tempo del divorzio, dopo quasi dieci anni.