Diteci che stiamo su scherzi a parte. Sussurrateci all'orecchio convincendoci che stiamo dormendo un sonno agitato e nulla più. Confessateci dai nostri peccati che non sappiamo neppure di aver commesso. Spiegateci che stiamo solo vedendo un film che si spaventerebbe pure Dario Argento. Consigliateci che terapia fare per uscire da questo incubo che non accenna neppure a ridimensionarsi. Convinceteci che presto finirà, pure se sappiamo che, minimo, il calvario durerà ancora una mesata abbondante pensando pure all'Europa League contro il Siviglia dove, ieri sera, el señor Monchi (tra i colpevoli di questo sfacelo) si sarà sfregato le mani.

Fateci qualsiasi cosa, anche dolorosa pur non frequentando il presunto piacere, almeno per noi, del masochismo, per provare a cercare almeno un abbozzo di risposta che possa dare un senso anche se un senso non ce l'ha. In sintesi, un disastro. La Roma non c'è più, svanita tra presuntuose e ingiustificate ambizioni, squagliata a prescindere, non solo dall'afa con cui stiamo facendo i conti da qualche giorno, disintegrata da errori generali, nessuno si senta innocente, che rendono nero pure il futuro a breve termine.

Per la Roma e la sua comunque meravigliosa gente che chissà come avrà smoccolato ieri sera davanti al televisore seguendo un fantasma di squadra, ex giocatori mandati in campo nella formazione titolare con l'aggiunta di qualcuno che era stato definito non in condizione, questo 2020 si sta trasformando in un non richiesto viaggio nel dolore. Con la conseguenza, pure, di un progressivo distacco da parte di una tifoseria che c'è sempre stata, a prescindere da trofei e soddisfazioni.

Ci sono i numeri di questo anno a sistemare la Roma sul banco degli imputati, rea confessa e che non può appellarsi neppure alle attenuanti generiche. L'avevamo lasciata a Firenze lo scorso anno, venti dicembre, al termine di quattro mesi più che dignitosi, quarta in classifica, quattro punti di vantaggio sull'Atalanta quinta, la possibilità di mettere sotto l'albero anche un'utopia di grandezza, il primo posto distante sette punti, quegli altri a uno. Le sedici partite (dodici di campionato, due di coppa Italia, due di Europa League) di questo anno maledetto hanno azzerato, travolto, sconvolto tutto. E c'entra poco, molto poco, la pandemia che ha stoppato l'Italia per tre mesi, i segnali del disfacimento si erano avvertiti già all'alba del 2020, due partite all'Olimpico, due sconfitte, Torino e Juventus. Il resto, purtroppo, è stata una conseguenza. E la sconfitta contro l'Udinese, ne è stata la definitiva conferma, basti pensare alla Roma che applaudimmo a Udine, quattro a zero per i giallorossi, tre gol realizzati in inferiorità numerica, la stessa inferiorità di ieri sera ma con esiti, sotto tutti i punti di vista, diametralmente opposti.

Dicevamo i numeri. Bene, anzi male, in questo stramaledetto 2020, i giallorossi sono scesi in campo, si fa per dire, in sedici partite ufficiali, dodici di campionato, due di coppa Italia, altrettante in Europa League. Lo score è da film dell'horror: sei vittorie (quattro in campionato, una in coppa Italia, la sesta in casa con il Gent a fatica), due pareggi (derby e Gent in trasferta), otto dicasi otto sconfitte, sette in campionato che fanno nove in totale, roba che non accadeva, alla fine della stagione, da parecchio tempo.

Un calvario, con quattro ko all'Olimpico (Torino, Juventus, Bologna, Udinese) dove le assenze purtroppo ora non sono limitate soltanto alle tribune. E' una Caporetto da qualsiasi punto di vista la si voglia vedere. Basti aggiungere che in queste sedici partite di questo ristramaledetto 2020, sono stati incassati ventisette gol (venticinque quelli realizzati), siamo quasi a due a partita, solo in tre occasioni i giallorossi hanno concluso una gara senza subire una rete (Lecce in campionato, a Parma in coppa Italia, con il Gent all'Olimpico), per il resto ne sono stati presi quattro dal Sassuolo, tre dalla Juventus in coppa Italia, in campionato da Bologna e Cagliari (peraltro vincendo in Sardegna), due da Torino, Juve, Atalanta, Milan, Udinese.

Questi sono i numeri di una via crucis che chissà quando finirà, altro che le canoniche dodici stazioni. Queste sono le cifre di una squadra che non c'è più, travolta dalle sue paure, dalla mancanza di personalità, da un gioco che è svanito nel breve spazio di pochi mesi, da un allenatore, bisogna dirlo, travolto da una confusione che non gli permette di rendersi conto che le sue grandi idee non fanno scopa con questa Roma che si è trasformata in una non squadra. Ne prendano atto anche i dirigenti che non sono certo innocenti, bilancio pesantemente in rosso, un passaggio di proprietà che è sempre tra coloro che son sospesi, un direttore sportivo che vive a Londra, un presidente che non riesce a capire che questa è la Roma, la squadra di Roma.