Fece gol in 6 delle 7 partite del Mondiale d'Italia Salvatore Schillaci detto Totò, capocannoniere e miglior giocatore del Mondiale, passando in un anno dalla serie B col Messina al secondo posto al Pallone d'Oro dietro Kaiser Lothar (Matthäus): l'unica volta che rimase a secco ci pensò il padrone di casa a rimediare, permettendo alla squadra di Azeglio Vicini di vincere la seconda partita del girone. Era il 14 giugno del 1990, Italia-Stati Uniti 1-0, gol sotto Curva Nord del numero 13 Giuseppe Giannini, capitano della Roma, e unico romanista tra i convocati. Ma solo perché vale il tesseramento al momento della convocazione: ad avviare l'azione fu Andrea Carnevale, passato dall'Udinese al Napoli quando era l'anno dei Mondiali, quelli dell'86 (Paolo Rossi era un ragazzo come noi). A ogni exploit corrisponde inevitabilmente (almeno) una delusione: Totò Schillaci, portato in A dalla Juventus appena un anno prima, oscurò due protagonisti annunciati, Gianluca Vialli e Andrea Carnevale, due scudetti vinti con il Napoli.

Avviò l'azione del gol-partita il centravanti di Monte San Biagio, al 7' della ripresa lasciò il posto a Schillaci, proprio come nella prima gara, e lasciò la maglia azzurra, anche se non poteva saperlo: dalla partita dopo, con la Cecoslovacchia, il siciliano dagli occhi spiritati partì titolare, e Carnevale rimase in panchina per tutto il resto del Mondiale, e tornò a calcare il prato dell'Olimpico (dove l'Italia giocò tutte le partite, tranne l'unica finita male, al San Paolo di Maradona, contro l'Argentina di Maradona) solamente in Roma-Fiorentina 4-0, segnando due gol. Ne fece uno, ma fu quello del definitivo 1-0, in Roma-Benfica, esordio nella Coppa Uefa poi persa in finale per un tuffo di Nicola Berti, stesso risultato e marcatore in Roma-Bari, al termine della quale venne sorteggiato per il controllo antidoping insieme ad Angelo Peruzzi. Ma quella è un'altra storia.

In questa storia invece il pallone difeso sulla fascia sinistra da Carnevale e messo in mezzo venne verticalizzato di prima da un bel tocco di piatto di Berti, palla sporcata con la coscia da Donadoni, sempre di prima, Vialli, sulla traiettoria, aprì le gambe e lasciò passare il pallone, che finì a Giannini. Il romanista la toccò solo due volte, ma bastò a passare in mezzo a tre difensori: cose che capitano con uno stop a seguire fatto bene, la palla colpita con il destro appena prima di entrare nella lunetta dell'area si allontanò quel tanto che basta, non un metro in più, e all'altezza del dischetto il secondo tocco, col sinistro, mandò la palla sul primo palo, fuori portata per Antonio Michael (detto Tony) Meola, italiano del New Jersey, portiere degli Usa attraverso tre decadi, dal 1988 al 2006, cento presenze e tre Mondiali, due da titolare.

Meglio il calcio a 5

A fare la figura del novellino il numero 5 Windischmann, statunitense nato a Norimberga, con una storia decisamente particolare: esordio in Nazionale nel 1984, a 19 anni, ritiro a soli 25 nel 1990, poco dopo aver portato la fascia di capitano al Mondiale riconquistato dopo quarant'anni di non impaziente attesa. Non fa neppure più notizia leggere di un calciatore che prima di affermarsi giocava a calcio a 5, in Brasile è praticamente la prassi, negli Stati Uniti decisamente meno, eppure quando si giocò il primo Mondiale di Futsal organizzato dalla Fifa gli Usa chiusero al terzo posto, dietro al Brasile e all'Olanda padrona di casa. La finalina per il bronzo fu vinta 3-2 sul Belgio, uno dei gol lo firmò proprio Windischmann, che si alternava tra i due sport: era il 1989 quando salì sul podio col calcio a 5, un anno prima di rimediare tre sconfitte in tre gare giocando 11 contro 11 nel girone dell'Italia.

Nello stesso anno appese gli scarpini al chiodo, nel 1992 mise le scarpette da calcetto in tempo per il secondo Mondiale di calcio a 5, e finì di nuovo sul podio, ma stavolta sul secondo gradino, dietro al solito Brasile. A giudicare dalla goffaggine con cui cadde a terra, sbilanciato dal primo tocco di Giannini, il calcio non era lo sport in cui riusciva meglio. Non fece una figura migliore Paul Caligiuri da Orange County (ma portato in Europa, senza poi schierarlo, dall'Amburgo): non seguiva l'Inter, non poteva sapere che Nicola Berti in area cadeva al primo soffio di vento, rigore per l'Italia, sul dischetto Vialli, palla da una parte, Meola dall'altra, palo a portiere battuto. Giusto così, per rendere più bella la serata di festa del Principe all'Olimpico: non il primo gol della serata, ma l'unico, in una Nazionale che non andò mai oltre il 2-0, ma arrivò in semifinale con la porta inviolata. Quando Zenga sbagliò l'uscita su Caniggia fermò a 518' il suo record di imbattibilità al Mondiale, e dopo trent'anni nessuno gliel'ha ancora portato via.

Eltsin e Sacchi

Portarono via la Nazionale a Giannini invece, che il 14 giugno 1990 fece il suo quarto gol in Nazionale contro gli Stati Uniti, e il 16 giugno 1991 firmò il quinto all'Unione Sovietica. Non arrivarono al 1992 la maglia con scritto CCCP e la carriera in azzurro del Principe, che si concluse allo Stadio Lenin di Mosca il 12 ottobre 1991, poco prima della salita al potere di Boris Eltsin e Arrigo Sacchi. L'eroe di Italia-Stati Uniti guardò in tv l'Italia negli Stati Uniti, quattro anni dopo, prima ancora di compierne trenta. La Russia c'era, ma non era la stessa cosa.