In ginocchio. In mezzo al campo di Trigoria. Tutti, da Fonseca ai giocatori, schierati con divise d'ordinanza, ovvero maglie di gioco, rosse e bianche. Se non è un simulacro, poco ci manca. Potere simbolico delle immagini. Enorme. Di portata sociale inestimabile. Sempre. E un po' di più di questi tempi. Ma qualcosa si muove. A partire da Juan Jesus, che ha anticipato i compagni prima di unirsi a loro. Il difensore ha scelto Instagram per lanciare il suo messaggio e indicare i suoi affetti più cari come primi destinatari: «A mio figlio Dudù, a mia figlia Sophia. Il più grande insegnamento che possiamo passarci l'un l'altro, come un testimone, è che in questo Mondo siamo tutti insieme. Senza barriere, senza violenza. Senza razzismo».

E poi la foto. Quella posa emblematica scelta da JJ. Come da Marcus Thuram. Come dai giocatori di Chelsea e Liverpool. E prima di chiunque da Colin Kaepernick, quaterback dei San Francisco 49rs, cui si deve la paternità del gesto nel 2016 durante l'esecuzione dell'inno americano prima di un match in Nfl, in seguito a un episodio simile a quello che ha causato la morte di George Floyd, suscitando indignazione globale. In entrambi i casi abusi di potere delle forze dell'ordine nei confronti di civili, in entrambi i casi la matrice razzista facilmente rintracciabile.

E sulla tematica, tuttora ardua da trattare, ancora alle prese con larghe sacche di resistenza anche nel mondo dello sport - che per antonomasia dovrebbe essere quello in grado di abbattere ogni divisione - Juan Jesus è sensibile non da ora. Le sue battaglie contro ogni forma di intolleranza sono riuscite a coniugare efficacia sostanziale ed eleganza formale, senza mai sconfinare nella retorica fine a se stessa o nell'aggressività.

A settembre scorso il giocatore è stato oggetto di messaggi sui social intrisi di odio razziale, a cui ha risposto con fermezza venata d'ironia, senza cadere nella tentazione di ricambiare l'insulto. Una presa di posizione ribadita anche dal club, che ha bannato a vita il tifoso, e che è servita a rompere il muro d'indifferenza e scuotere le coscienze collettive su un argomento rimasto troppo a lungo tabù. Oggi il mondo dello sport appare sensibilmente più motivato.

Il caso Floyd ha smosso anche i due colossi dell'abbigliamento sportivo Nike e Adidas, che hanno promosso imponenti campagne contro il razzismo alle quali hanno aderito, fra gli altri, Francesco Totti e Nicolò Zaniolo. A cui si è aggiunta l'iniziativa #BlackOutTuesday, con le pagine dei profili social di tanti campioni oscurate da una schermata nera. E ancora le frasi forti di fuoriclasse del presente e del passato, come Lewis Hamilton («La Formula 1 dei bianchi tace di fronte alla morte dei neri»), Serena Williams («Ho il cuore pesante»), Kareem-Abdul Jabbar («Il razzismo è un virus più mortale). Perfino Michael Jordan, a lungo accusato di essersi esposto poco su tematiche sociali, nonostante le vessazioni di stampo razzista subite in gioventù in North Carolina, ha detto basta a chiare lettere. «Sono stanco e arrabbiato - le parole di His Airness su Twitter - sono dalla parte di coloro che stanno protestando contro il razzismo insensato che c'è nel nostro Paese. Io non ho risposte, ma le nostre voci unite hanno forza».

We can't breathe è il messaggio ideale che accomuna campioni e persone comuni, parafrasando lo slogan che ha scandito le manifestazioni degli ultimi giorni negli Stati Uniti. Di fronte all'episodio di George Floyd pochi respirano, molti si mobilitano. E il muro d'indifferenza comincia a sgretolarsi.