Per la prima volta una società di calcio italiana ha vietato l'ingresso allo stadio a una persona resasi protagonista di comportamenti razzisti sui social network: in seguito ad alcuni insulti ricevuti da Juan Jesus su Twitter (e pubblicati dal difensore), giovedì la Roma ha comunicato che l'autore non potrà più mettere piede a una partita casalinga dei giallorossi. E ieri pomeriggio, sempre su Twitter, la Roma ha richiamato all'azione la Lega Serie A: «State davvero pensando di affrontare seriamente il problema del razzismo nel calcio italiano?», si è letto sull'account ufficiale del club, che ha aggiunto: «Ora ci vuole tolleranza zero».

Un messaggio che ha provocato la risposta della Lega: «Cara Roma, siamo tutti dalla stessa parte, insieme stiamo costruendo la squadra della Serie A contro il razzismo: aspettiamo con ansia da tre settimane il nome del vostro Ambassador!». Una reazione piccata, almeno per quanto riguarda la Lega, che non ha gradito la "call to action" pubblica arrivata da Trigoria. Una risposta che però contiene un'inesattezza, o che è corretta solo in parte: i club del massimo campionato hanno tempo per comunicare alla Lega il nome del calciatore che ricoprirà il ruolo di Ambassador contro il razzismo fino al 30 settembre. A Trigoria perciò, al contrario di quanto lascia intendere il tweet della Serie A, non c'è alcun ritardo da questo punto di vista.

Ambassador non porta pena

Ma cos'è l'Ambassador che dovrà scegliere la Roma alla Lega e cosa dovrà fare? Questa nuova figura è stata comunicata a gennaio 2019 nelle nuove linee guida della Figc dopo l'incontro tra il Ministro dell'Interno (all'epoca Salvini), l'Osservatorio nazionale sulle manifestazioni sportive e le istituzioni del calcio e dello sport. Questa è una delle linee guida: «Realizzare un servizio di Crowd Monitoring con l'intento di coinvolgere diversi Ambassador (sentinelle del tifo) che presidino la rete attraverso attività che coinvolgano tutti i tifosi». In pratica, un calciatore per ogni squadra che sensibilizzi l'opinione pubblica su temi come violenza e razzismo.

Inizialmente, a Trigoria si era ritenuto di nominare Smalling come Ambassador, per il suo profilo internazionale e perché da sempre in prima linea contro le discriminazioni: anche in Inghilterra si era fatto portavoce di un'associazione, Football Beyond Borders, che usa il calcio come strumento di inclusione sociale. Ma negli scorsi giorni qualcosa è cambiato e Juan Jesus, che già in passato si era esposto su questi temi, è parso senza ombra di dubbio il profilo più adatto: sarà il brasiliano a rappresentare, come già ha fatto in questi giorni, la voglia che ha la Roma di intraprendere una radicale azione contro il razzismo. Il suo ruolo sarà ufficializzato entro lunedì e alla Lega Calcio potranno dormire sonni tranquilli.

Un caso senza precedenti

Il "caso Jesus" si inserisce in un contesto in cui quello del razzismo negli stadi è tornato a essere uno dei temi caldi del calcio italiano. Gli ululati a Lukaku durante Cagliari-Inter, a Kessie durante Verona-Milan e a Dalbert durante Atalanta-Inter hanno portato di nuovo allo scoperto un problema che di certo non affligge solo il mondo del pallone. L'azione della Roma contro l'autore degli insulti discriminatori ha segnato però una pagina di svolta: è la prima volta che nel calcio italiano un club applica il "codice etico" sottoscritto nel 2017 da governo e istituzioni sportive. La Roma è stata la prima società a recepire tali indicazioni, con il "Codice di Condotta per i tifosi della AS Roma", ed è perciò in diritto di proibire a qualcuno l'ingresso alle proprie partite in casa. Un tipo di sanzione diffuso nel Regno Unito (pochissimi giorni fa un tifoso del West Ham ha subito un "ban" a vita), parallela a quella amministrativa che sarà eventualmente comminata dal questore tramite Daspo.

L'intervento del club ha suscitato un'infinità di messaggi d'approvazione sui social network, su tutti quelli del premier Giuseppe Conte, romanista: «Chi ha insultato ieri Juan Jesus non ha alcuna passione per lo sport: che stia fuori a vita dagli stadi sportivi!». Qualche critica, invece, si è letta per l'entità della pena: c'è chi sostiene che con una diffida a vita venga meno la funzione rieducativa della sanzione. Di fatto, quello della Roma è un intervento che traccia una nuova via non solo per come è avvenuto, ma anche per quanto riguarda la scelta del soggetto punito: in un calcio in cui per anni hanno dominato le pene sommarie (chiusura di interi settori, barriere...), si è passati a individuare e punire solamente l'autore del gesto.