L'Aquila per noi non è un'idea come un'altra. Non potrebbe: per vicinanza geografica e miscela di popolazioni. Per un comune sentire che ha sempre travalicato le montagne che la separano dalla Capitale, rendendole invece cinta che unisce e stringe. Aspra e dolce. Dal 6 aprile del 2009 se possibile la distanza si è accorciata ulteriormente. Quel drammatico sisma che ha minato le fondamenta della città, ha anche scosso le coscienze di chi si trovava altrove. Oggi che l'intero Paese è costretto a fronteggiare un altro momento difficile, a L'Aquila si è capovolta la situazione di undici anni fa: tanti fuori casa allora, tutti dentro ora. Il Romanista ha provato a farsi raccontare la situazione dal primo cittadino del capoluogo, Pierluigi Biondi.

Sindaco, come sta L'Aquila?
«Respira l'atmosfera surreale che si sta vivendo ovunque, ma tutto sommato sta bene, se il termine ha un senso in questo periodo».

Allude ai dati sanitari?
«La nostra provincia è la meno colpita d'Abruzzo dal Coronavirus. In città per fortuna non ci sono stati deceduti, i contagiati e i pazienti in terapia intensiva sono pochi».

Com'è la vita dell'amministratore in questa fase?
«Difficile, intensa, ma in un certo senso anche fortunata».

Fortunata?
«Sì. I cittadini contano i minuti che li separano dalla vita normale. Le mie giornate passano in fretta».

I compiti da assolvere devono però essere complessi.
«Ci stiamo muovendo su due fronti collegati fra loro: assistenza sanitaria e sociale. Abbiamo sperimentato un modello di strutture alberghiere adibite a ricoveri per chi ha contratto il Covid-19, in modo da risolvere la carenza di posti letto».

Come funziona?
«Diversi pazienti sono clinicamente guariti ma non ancora negativi al tampone: non possono tornare a casa per non contagiare i familiari. Quando il primo hotel alle pendici del Gran Sasso ha dato disponibilità all'accoglienza, ne sono trasferiti tre, liberando posti negli ospedali: in questo modo è stata salvata una vita di un malato grave».

Ci sono anche problemi economici e sociali da affrontare.
«Purtroppo i danni alle attività commerciali saranno ingenti. Noi abbiamo creato una piattaforma alla quale possono registrarsi per portare i propri prodotti a domicilio, dal cibo ai giocattoli ad articoli per animali. A consegnare i farmaci agli anziani provvede invece un'azienda municipalizzata. I pacchi con i viveri e i prodotti per l'infanzia sono stati affidati agli alpini».

Qualcosa di simile la sta facendo la Roma nella Capitale.
«Ho letto, sono azioni meritorie. È sempre stato un club attento all'impegno sociale».

Anche verso la sua città.
«Sì, ricordo una serie di raccolte fondi e la visita di Totti che ha reso felici tanti bambini. Ma è tutta Roma ad esserci sempre vicina. Prima che il mondo ci conoscesse per il terremoto, eravamo "quelli a cento chilometri da Roma"».

Solo una relazione geografica?
«Tutt'altro. Forse vivono più aquilani lì che qui. L'affetto dai e verso i romani è sempre stato avvertito qui. Forse con una sola eccezione».

Quale?
«La finale scudetto di rugby del 2000, quando la squadra di Roma sconfisse la nostra».

È lo sport cittadino a L'Aquila.
«Di gran lunga. Io stesso lo seguo sempre, mentre di calcio vedo soltanto il Torino, la mia squadra».

Il rugby si è fermato per il Coronavirus, il calcio no.
«La mia opinione vale zero, ma questa insistenza a voler riprendere non la condivido. Se dev'essere considerato come un'industria fredda e vuota, si isolino e giochino pure. Ma credo che il fascino del calcio sia nei tifosi, nel suo contorno di sentimento popolare fatto di attesa, rito collettivo, colori».

I momenti di socializzazione da voi mancano per la seconda volta in undici anni.
«Viviamo un déjà vu. Anche nel 2009 si trattava del periodo pasquale. Ma allora eravamo tutti fuori casa, oggi tutti dentro. L'immagine della città vuota è però più tollerabile: allora c'erano crolli, macerie, pericolo fisico; adesso che i luoghi erano stati riscoperti e le attività riaperte, tutto si è rifermato. C'è un'atmosfera surreale e si avverte la mancanza della comunità».

A che punto è la ricostruzione?
«Quella privata è intorno all'80 per cento, la pubblica subisce le lungaggini della burocrazia e purtroppo va ancora a rilento».

Quindi la vignetta del Corriere della sera con l'uomo fuori dalla roulotte era fuorviante?
«Ci sta che la satira estremizzi, ma nessuno vive più nelle roulotte da tempo. Il patrimonio immobiliare del Comune è stato messo a disposizione dei bisognosi e ora degli operatori sanitari. Proprio la mattina del 6 aprile abbiamo ricevuto il messaggio di Mattarella, quello dell'ambasciatore francese, mentre il principale quotidiano italiano ironizzava sulla tragedia. Anche se poi ha accolto la nostra precisazione sull'argomento».

La notte precedente aveva celebrato l'anniversario nel vuoto.
«Ovviamente la fiaccolata è stata annullata per la pandemia. Ma abbiamo acceso il braciere insieme al prefetto e al sindaco di Barisciano, in rappresentanza dei comuni del Cratere. Sono stati illuminati di rosso cinque luoghi simbolo del terremoto. E abbiamo proiettato un fascio di luce in cielo, da piazza Duomo. È stato il nostro abbraccio per le vittime del sisma e per quelle del Covid-19. Certo, farlo con la città deserta ha avuto tutto un altro sapore. Un'emozione molto forte».

Oggi come allora la cronaca segnala sciacalli in azione.
«Quando ci sono macerie fisiche, o anche metaforiche come quelle attuali, c'è sempre chi scava per trovare sopravvissuti e chi prova a speculare sul dolore».

Cosa può fare un amministratore per combattere la piaga?
«Esiste un mercato nero che fa spavento. Durante questa emergenza sono stati mandati ventilatori di infima qualità a prezzi esorbitanti. Il sistema produttivo italiano va messo in sicurezza nei confronti di due tipi di criminalità».

Due?
«La malavita organizzata e quella istituzionalizzata. Della prima vanno bloccati i trasporti di prodotti scadenti funzionali allo sciacallaggio. Della seconda, il cinismo nel massimizzare i profitti sul dolore».

Non sembra uno scenario consono alla Pasqua, quest'anno già difficile di suo. Lei come la vivrà?
«Con un pizzico di rabbia. L'Aquila si stava faticosamente rialzando dalla tragedia del 2009: le imprese commerciali riprendevano fiducia, i centri di sperimentazione erano a pieno regime, dal polo farmaceutico alle attività sull'aerospazio. E avevamo tante iniziative in programma, fra le quali la candidatura a Capitale italiana della cultura per il 2021».

Un altro trauma per la città.
«Continua la precarietà per questa comunità. Ora dobbiamo dare risposte, certezze, sostegno».

Siete di scorza dura.
«Il carattere è figlio della genetica e delle esperienze. L'Aquila è stata disciplinatissima, subito si è svuotata. E con le iniziative proviamo a stare vicini ai cittadini. Ai ragazzi dagli 11 ai 14 anni abbiamo chiesto di recensire libri per averne in premio altri. Loro sono i figli del terremoto, gli va dato supporto. Ma sono fiducioso: ci siamo rialzati dopo il 6 aprile, lo faremo anche ora».