Ti ricordi quella strada? Portano tutte a Roma, quelle che percorrono il segno dei pesci. O, almeno, quelle dei nati il 13 marzo. Anche i più scettici sull'incidenza che può avere la posizione dei pianeti nel giorno in cui sei nato sulla tua vita non possono non chiedersi che cosa ci sia nel 13 marzo, un giorno da romanisti.

Nicolàs Ítalo Lombardo

La strada di Nicolàs Ítalo Lombardo parte da Buenos Aires, per arrivare a Roma all'inizio del campionato 1930-31. Ne gioca tre, di campionati. Segna il primo dei cinque gol alla Juventus, entra nella canzone di Campo Testaccio, ma ben presto s'interessa al ruolo di mediatore di mercato. Nel 1933 fece spargere la voce che, dopo un viaggio in Argentina, sarebbe tornato con Spinetto del Velez Sarsfield e Zanelli del River Plate. Invece si presentò con Guaita, Scopelli e Stagnaro. Aveva depistato tutti per riuscire a portare, il 19 maggio 1933, tre fuoriclasse a Roma. E quel giorno, alla stazione Termini, mentre l'allenatore Lajos Kovàcs, il presidente Sacerdoti e il dirigente Biancone gestivano tifosi e fotografi, se ne stava in un angolo a osservare, soddisfatto, il risultato di un'operazione portata avanti con pazienza per mesi. Era tutto quello che voleva e cercava lui, nato il 13 marzo 1907.

Giosuè Stucchi

Più o meno in quel periodo, il 13 marzo 1931, nasceva a Bellusco, provincia di Milano, Giosuè Stucchi. Nessuno pensava, nel luglio del 1954, quando arrivò a Roma, che sarebbe diventato uno dei giocatori più attaccati alla maglia che si siano mai visti dal 1927 a oggi. Ingiustamente dimenticato, si era già innamorato di Roma da quando giocava nell'Udinese. Difensore roccioso, coraggioso, combattivo, non poteva che farsi amare, cosa che i tifosi capirono presto, dopo un certo scetticismo iniziale. Il 9 febbraio 1958 scese in campo con la fascia di capitano al braccio. «Suvvia – disse al presidente Anacleto Gianni, dato che quel giorno non ci sarebbero stati né Ghiggia né Giuliano – volete che me ne vada dalla Roma senza aver fatto neanche una volta il capitano?». Se ne sarebbe andato solo nel 1961, dopo aver vinto la Coppa delle Fiere, una cui miniatura gli fa tuttora compagnia nella sua casa. Prima di andarsene, il presidente gli chiese cosa volesse come riconoscimento per la sua fedeltà. «Posso tenermi la divisa sociale?». Era tutto quello che voleva e cercava.

Giancarlo "Picchio" De Sisti

Chissà se Giosuè Stucchi avrà festeggiato il suo ultimo compleanno da giocatore della Roma con un giovane calciatore che stava vivendo la sua prima stagione in prima squadra. Giancarlo "Picchio" De Sisti, nato il 13 marzo 1943, che dopo aver vinto una Coppa delle Fiere e una Coppa Italia con la sua Roma, fu costretto ad andarsene alla Fiorentina. E mentre in quegli anni il rock passava lento e lui vinceva con la Fiorentina, mentre gli chiedevano della "Rometta", rispondeva: «Non la chiamo così. La Roma ha un nome sacro. Io ci sono nato e nessun trasferimento potrà cancellarlo». Se lo ricordi, chi storpia il nome della Roma. Lui se l'è ricordato e ci è tornato nel 1974, perché bisognava rimettere a posto alcune cose. Ci riuscimmo proprio grazie a lui, autore del gol nel derby che rimise la storia nel verso giusto l'1 dicembre 1974. Si poteva toccare con mano la sua emozione nel giorno dell'ingresso nella Hall of Fame del club. «Penso a mio padre, che mi portava all'Olimpico a vedere la Roma».

Bruno Conti

Chi aveva un padre altrettanto romanista è quel Bruno che viene da Nettuno, pianeta che domina il segno dei pesci. Nato il 13 marzo 1955, è una leggenda su cui è stato detto tutto, ma forse mai abbastanza. 16 stagioni in giallorosso, campione d'Italia e campione del mondo, primo romano a riuscirci dopo Attilio Ferraris IV, ha lasciato nei cuori di tutti noi tante, troppe immagini: le consegne delle bombole a gas da ragazzino, i treni fino alla stazione Magliana per andare al Tre Fontane, i dribbling, i capelli al vento, le corse a inginocchiarsi sotto la curva, un bacio allo scarpino in cui «ho messo il cuore» prima di lanciarlo ai tifosi nel giorno del suo addio al calcio. 83 mila persone, qualcuna in più rispetto al giorno prima, finale di Coppa Uefa con l'Inter. Non era un addio: per la Roma ha continuato e continua a fare tutto ciò che la Roma gli chiede. Allenatore e soprattutto scopritore di giovani, direttore tecnico, andare in prima linea per allenare la prima squadra nell'anno più difficile, fare un passo indietro senza mai rinunciare a stare al servizio della Roma.

Sebino Nela

Sempre e solo Roma, tranne due anni al Genoa, dove aveva iniziato a giocare Sebino Nela, nato il 13 marzo 1961. Da quelle parti, Rapallo, ci era nato e proprio a Genova è diventato campione d'Italia l'8 maggio 1983. Era arrivato in giallorosso all'inizio della stagione precedente. «Presentammo due acquisti. Uno si presentò in infradito e bermuda. L'altro in giacca e cravatta, accompagnato dai genitori. In quel momento capii che uno sarebbe andato via presto, l'altro sarebbe rimasto alla Roma a lungo». Parola di Dino Viola. Uno era Luciano Marangon, l'altro era Sebino Nela. "Nela-Nela-Marangon", cantavano i tifosi, che presto però riadattarono il "Picchia Romeo" che era dedicato a Benetti a lui, "Picchia Sebino", non proprio come "Picchio De Sisti", sebbene nato il 13 marzo anche lui. Picchia, corre sulla fascia sinistra, ma vince lo scudetto sulla fascia destra e chiude la carriera come libero. Non ha paura di niente, neanche di un infortunio tremendo che gli capita contro la Sampdoria e che lo tiene fermo un anno prima di rientrare proprio contro la Sampdoria, lui che aveva iniziato nel Genoa. Una delle sue immagini più belle è quella subito dopo il gol di Voeller al Broendby nel 1991. Stremato, fa un saltino braccia al cielo, si affloscia tra le braccia di Giorgio Rossi e piange. Ha ispirato canzoni, oltre che cori dei tifosi, e proprio con i tifosi ha voluto chiudere la sua carriera. Nel 1996 a Civitavecchia, dove aveva giocato la sua ultima stagione: triangolare tra Civitavecchia, Roma campione d'Italia 1983 e selezione di ultrà della Roma. E, come per Conti, anche quello non è stato un addio. Sebino Nela lavora ancora oggi per la Roma.

James Pallotta

E, come per Conti, il suo presidente è James Pallotta. Nato il 13 marzo 1958 e presidente della Roma dal 27 agosto 2012. Se la Roma dovesse passare il turno in Champions League oggi, non sarà per l'oroscopo. E guarderemo tutti il campo, non certo le stelle. Però in campo ci saranno due argentini, come Lombardo, che portò a Roma gli argentini. Hanno entrambi giocato nel Siviglia e oggi la Chiesa ricorda San Leandro di Siviglia, vescovo, che non è Monchi (ma è da vedere, tra i due, chi abbia fatto più miracoli a Siviglia). Uno di loro, Diego Perotti, ha giocato nel Genoa come due dei nati il 13 marzo. Bruno Conti e Sebino Nela, protagonisti di due rimonte fantastiche della nostra storia, quelle col Colonia e col Dundee United (anzi, anche quelle col Norimberga e col Partizan Belgrado...), il nostro piede sinistro e la nostra fascia sinistra. Davanti alla tv ci saranno anche Giancarlo De Sisti e Giosuè Stucchi. Due di quelli che hanno vinto l'unico trofeo europeo della storia della Roma. Oggi, 13 marzo, non possiamo chiedere di alzare un trofeo. Ma possiamo chiedere la furbizia di Lombado, l'attaccamento alla maglia di Stucchi, la voglia di Roma di De Sisti, la classe di Conti, la forza di Nela. Possiamo chiedere di passare ai quarti di finale di Champions League. È tutto quello che cerchiamo e che vogliamo. È solamente Roma.