C'è molta dolcezza negli occhi sempre vispi di Nainggolan, persino qualche nostalgia, sicuramente la trasparenza del suo modo d'essere. Tatuaggi, cresta, qualche tono di troppo non bastano, non ce la fanno a nascondere un'anima abituata a mettersi suo malgrado a nudo. «La dolce vita? E allora? Conta il campo»; «io contro Di Francesco ? Tutte cazzate». E allora uno che parla così non ti sorprende per niente se poi ti dice, e ti ridice, la cosa più bella di tutto. «Ho avuto tante offerte, ne ho avute quest'estate ma io non ho mai pensato un attimo di lasciarla. Per me contano altre cose: la Roma è stata una scelta di vita per davvero». Che "per davvero"non c'è bisogno nemmeno di dirlo, perché tra la noia e l'obbligo di fare un'intervista e la voglia di stare altrove, quello che è uscito fuori è la verità di quegli occhi persino dolci e che diventano dolcissimi nell'attimo in cui ricorda la sua mamma. Radja Nainggolan è un ragazzo di cuore e un grande calciatore, gioca la vita come sul campo: arpiona, strattona, corre, lotta, sbeffeggia, esulta. Insomma, romanista. Per questo l'abbiamo scelto come prima intervista di questo nuovo-vecchio giornale. Poi l'altro ieri ha pure segnato, quindi ripartiamo da lì.

«Quindi non è vietato segnare anche in questo ruolo? Battute a parte, il gol l'ho vissuto come qualcosa di naturale, frutto del lavoro. Mi ha fatto piacere che sia arrivato anche su una bella azione. Io non ho mai avuto dubbi, già nelle partite precedenti ho avuto delle occasioni, ma al di là della soddisfazione personale è stato importante sbloccare il risultato e dare il via a una bella vittoria davanti ai nostri tifosi. Adesso dobbiamo restare concentrati e andare avanti su questa strada».

In molti sostengono che la tua posizione sia uno dei motivi di maggior contrasto con l'allenatore.
«Lo dicono fuori, ma che ne sanno. Dieci metri più avanti o più indietro a me non cambiano niente. Dove gioco gioco. Mica voglio negare che lo scorso anno sia stata la miglior stagione per me,ho fatto tanti gol e tante partite importanti. Ma io ho sempre fatto la mezz'ala, sto solo cercando di riabituarmi al ruolo. Io non sono un trequartista, di solito quelli che giocano lì sono i giocatori alla Ronaldinho. Il mio ruolo l'anno scorso è stata un'invenzione di Spalletti e si è rivelata perfetta per me. Ma ora sono tornato al vecchio ruolo e anche questa posizione è perfetta per me. Stiamo parlando di niente».

Su quale terreno secondo te venivano coltivate le sgradevoli chiacchiere sulla presunta inadeguatezza di Di Francesco?
«È il calcio, sapete come funziona. Ma chi dice che non crediamo in lui dice cazzate. Di sicuro l'anno scorso è stata una bella annata, col record di punti eccetera. Ma è un capitolo chiuso. Sono andati via giocatori importanti, lo sappiamo, ma quando cambi diversi elementi ci vuole solo tempo, per far inserire i nuovi e per avere il gioco che vuole l'allenatore ».

Nel 4-3-3 di Di Francesco c'è qualcosa in particolare di diverso che va provato?
«L'unica differenza viene dalle caratteristiche diverse dei giocatori. Prendi Defrel, è un attaccante che si sta adattando a giocare esterno sacrificandosi molto anche in fase difensiva, sta cercando la dimensione giusta anche lui. Come Alisson, che l'anno scorso giocava una partita ogni sei e quest'anno gioca sempre. È tutta una questione di ambientamento. Ma siamo tutti sulla stessa barca. Il mister vuole fare giocare bene questa squadra, noi siamo con lui. Ci è mancato solo il risultato con l'Inter. Se avessimo vinto noi 3-1, e la partita ce ne avrebbe data la possibilità,nessuno avrebbe sollevato il problema del sistema di gioco. Ma questo è il calcio. A Bergamo abbiamo giocato peggio e vinto e tutti ci hanno elogiato, con l'Inter abbiamo giocato meglio e perso e vengono fuori tutti i dubbi».

L'obiettivo qual è?
«Io voglio fare meglio dell'anno scorso, questo è chiaro. Se sono rimasto a Roma è perché voglio vincere con questa squadra, questa maglia, questa piazza. Sarà un'emozione che non si può descrivere. Spero che prima o poi possiamo festeggiare qualcosa».

Perché hai scelto di restare alla Roma?
«Avevo molte offerte importanti, ma per me è importante lo stile di vita giusta con le persone che amo, sono felice dove sto e non avevo nessun motivo di cambiare. Non è solo questione di stare bene a Roma, è che qui ricevo tanto affetto, forse qualcosa ho anche dato, certo, non c'è cosa più bella. L'altro giorno prima della partita con l'Atletico, Carrasco mi chiedeva perché fossi rimasto qui. Perché qui ho tutto, gli ho risposto. La società vuole crescere, io voglio vincere. È una squadra di grandi tradizioni. Siamo la capitale d'Italia, non può essere che non vinca qualcosa per tanto tempo. Sono sicuro che presto succederà».

Hai avuto mai la tentazione di continuare a lavorare con Spalletti accettando la corte dell'Inter?
«Sicuramente è un grande allenatore, non posso certo negarlo. Con lui mi sono trovato bene, certo, e avendo segnato tanto è naturale che il mio rendimento abbia colpito tutti, ma la mia scelta è fatta. Mi sono affezionato a questa città ormai».

Hai uno spiccato senso del clan. Sei spesso circondato da amici, dai tuoi cari, da chi ti vuole bene.
«E tutti devono stare bene. Io sono uno che ama stare nello stesso posto. Anche la mia carriera è stata così: cinque anni da una parte,cinque anni da un'altra e poi Roma. E qui voglio fermarmi».

Ti senti un idolo qui?
«No, mi sento rispettato. Quando uno dà tanto poi riceve tanto».

La Curva Sud è tornata unita a cantare. Tu sei uno di quelli che ne ha maggiormente bisogno?
«Non solo io, tutti ne abbiamo bisogno. E quei cori così alti intimoriscono anche gli avversari. In passato era sempre stato così, negli ultimi due anni era diventato difficile con la curva mezza vuota. Ci sono mancati, speriamo che continueranno a starci dietro. Dipende solo da noi».

La qualificazione alla Champions la vedi come un risultato a portata?
«I favoriti sono Chelsea e Atletico. Ci servirà un colpo a sorpresa. Potremmo farcela».

In Italia i valori sono gli stessi di sempre?
«Il livello di competitività si è alzato. Secondo me ci sarà maggior equilibrio. Ci sono squadre più forti».

La Juventus è sempre la favorita?
«Certo, il 3-0 di Barcellona è stato brutto. Ma resta sempre la più forte. E vicino a loro metto anche il Napoli. E qui ci siamo anche noi».

La Juventus ti è ancora antipatica? Ti sei mai pentito di certe dichiarazioni polemiche?
«Mai, io dico quello che penso. Nasce tutto dai tempi di Cagliari, vedevo in campo certi atteggiamenti dei giocatori nei confronti degli arbitri e gli arbitri mi sembravano sempre un po' condizionati. Quando poi è successo che nello scontro diretto ci hanno dato due rigori contro fuori area ho detto che la storia è sempre la stessa, non cambia mai. E gli juventini mi hanno attaccato. Io ho solo risposto».

E quando hai segnato alla Juventus ti sei goduto l'esultanza...
«Mi hanno gridato "uomo di merda"per tutta la partita...».

Più gratificante segnare alla Lazio o alla Juve?
«Gli unici gol che mi piacciono sono quelli che servono per vincere...».

Ti piace il Var?
«Speravo fosse più utile. A noi per ora non lo è stato, con l'Inter mi aspettavo che l'arbitro nel dubbio si consultasse. Ma io forse non dovrei entrare in questi discorsi...».

Dove hai imparato quella specie di scorpione che fai per arpionare la palla col tacco in contrasto?
«Non l'ho imparato. Mi viene naturale ».

Non ce ne sono tanti a sfoderare questa abilità.
«Ho l'occhio per la palla e una certa capacità di prenderla».

Come l'hai chiamato?
«Chiamatelo voi».

Il colpo del Ninja?
«Bello ».

Di Testaccio hai mai sentito parlare?
«Certo».

Tu sei un testaccino nato ad Anversa.
«La vivo così la mia professione».

Come De Rossi.
«Lui proprio come tifoso. Pure più di me».

La fascia di capitano l'ha cambiato?
«È sempre lui. È preziosissimo per noi. Ha sempre la parola giusta per ognuno di noi».

Se potessi tornare indietro, come un film, c'è qualcosa che non rifaresti nel tuo rapporto col ct della Nazionale?
«No, niente. Non riesco proprio a capire perché non sono rispettato per come sono. La mia vita è questa, non manco di rispetto a nessuno, sono disponibile per tutti. Magari non gli piaccio, non so, questo può essere. Io dico quello che penso, sempre, non penso di far male a nessuno, amo le persone che parlano chiaro. Magari pago quello. Ma non ho davvero niente di cui rimproverarmi».

Forse a Martinez non piace il fatto che vivi in maniera così "intensa"?
«Ma lo vedete che poi in campo do il massimo, no? Non nego di divertirmi, ma mi pare che reggo bene tutto. Se un giorno non reggerò più certi orari cambierò stile. Io do il massimo nel mio lavoro, che è anche la mia passione, ma poi voglio rilassarmi».

Con i tatuaggi hai finito?
«Mi sono fatto l'ultimo poco tempo fa, l'unico spazio libero che avevo era sulla chiappa. Adesso per un po' sto bene, anche perché non saprei dove farlo...».