La Nasa non aveva ancora annunciato al mondo intero la scoperta di acqua su Marte e il Giubileo straordinario della Misericordia non era stato inaugurato. L'Expo di Milano attirava migliaia di persone nel capoluogo lombardo mentre a Roma il sindaco Ignazio Marino aveva appena comunicato la candidatura della Capitale ad ospitare i Giochi Olimpici del 2024. Matteo Renzi era il Presidente del Consiglio in carica e un certo Donald Trump partecipava al dibattito tra i candidati alle primarie del Partito Repubblicano, duellando a colpi di oratoria con Jeb Bush e Carly Fiorina. Ma soprattutto non conoscevamo ancora il significato e la potenza emotiva del 28 maggio. Ne son cambiate di cose da quel dodici settembre del 2015, dal caldo e soleggiato pomeriggio di Frosinone in cui tre romani scendevano in campo dal primo minuto con indosso "i colori più belli che esistono".

Francesco, Daniele ed Alessandro: in ordine di anzianità, una trinità pagana, naturale e legittima successione alla fascia. Due anni e quattro giorni dopo eccoli nuovamente i tre figli di Roma, seppur con un Totti in meno e un Pellegrini di più. Insieme, spalla contro spalla davanti al loro pubblico.

Quel pubblico che neanche un'allerta arancione può far desistere dal recarsi allo stadio. De Rossi con la fascia al braccio, alla sua destra un rientrante Florenzi smanioso di riprendersi con gli interessi quegli undici mesi sottratti con la forza da un destino beffardo e inarrestabile; sulla sinistra quel Pellegrini che, per la prima volta, s'è ritrovato al cospetto della Curva Sud, non da avversario ma da beniamino. Daniele, Alessandro e Lorenzo: prodotti del vivaio, quelli che ce l'hanno fatta, quelli che hanno trasformato sogni di bambini in realtà di uomini. Si è discusso tanto di una presunta romanità perduta in questi anni, come se fosse possibile recidere un invisibile cordone ombelicale a cui siamo attaccati dalla notte dei tempi. Dalla notte di mezza estate di novanta anni fa.

Come se quella fascia non fosse passata per le braccia di chi non ha rappresentato solo la Roma, ma una città intera; migliaia di ragazzini cresciuti con la speranza e il fanciullesco desiderio di tramutare le "tedesche"in mezzo ai vicoli o nei campetti di quartiere in partite vere. Quelle che si sognano prima di appoggiare la testa sul cuscino, quelle che da sempre iniziano con un "quando l'inno s'alzerà". Daniele, Alessandro e Lorenzo insieme a rincorrere un pallone. Era già successo ma per soli ventitré minuti più recupero in una fresca serata del Manuzzi di Cesena del marzo 2015: De Rossi autore della rete dello zero a uno finale, circondato da Florenzi e dall'esordiente Pellegrini.

Due anni e sei mesi dopo eccoli di nuovo insieme, fianco a fianco come i commilitoni al cospetto di una bandiera. La più bella. Daniele a dettare i tempi della manovra, svariando tra difesa e centrocampo per accaparrarsi la sfera e dare il via alle galoppate incessanti di Alessandro sulla fascia destra; Lorenzo come una trottola impazzita: corre, lotta, recupera palloni e ancora inserimenti offensivi alternati a rientri sulla linea difensiva. Gli applausi scroscianti di un pubblico bagnato come se anche la pioggia avesse deciso spontaneamente di scendere e palesarsi per assistere a questo tradizionale appuntamento che da decenni contraddistingue la storia della Roma. È una questione di dna, un motivo di vanto che non può appartenere a tutti. Daniele, Lorenzo e Alessandro; e prima di loro Francesco, Giuseppe e tanti altri. «Quel bambino, oggi diventato uomo, che ha continuato a credere nella forza di un sogno: quella forza che ti fa superare ogni ostacolo», per rubare le parole ad un Florenzi che, a fine partita, sprizzava gioia da ogni poro, i cui occhi avevano il colore del mare dopo una lunga tempesta. Come se quell'acqua avesse lavato via le memorie dai vicoli più nascosti della mente, le settimane passate ad osservare altri tre romani e romanisti scorrazzare sul verde manto.

Ha ballato sotto la pioggia battente, duellando e fornendo un assist al bacio per Dzeko, e al suo fianco due come lui. Daniele, Alessandro e Lorenzo stretti in un lungo intenso abbraccio: presente e futuro in campo con gli occhi di un passato eterno a vigilare e accompagnare con lo sguardo dalle vette della tribuna. La Curva Sud a ruggire alle loro spalle, squarciando il cielo tetro con versi d'amore. Non poteva finire in altro modo la serata: il cielo che rientra nei ranghi della quiete e una vittoria capace di scacciare le troppe critiche preventive. Il sorriso stampato sul volto di quei ragazzi che, se non avessero avuto la bravura di arrivare fin lì, sarebbero stati parte di quel magnifico spettacolo che anche ieri sera ha saputo indicare la via. Quella di essere romanisti, sempre. Come Daniele De Rossi, Alessandro Florenzi e Lorenzo Pellegrini uniti in un abbraccio. Anche loro ieri sera, dopo tutta quella fredda pioggia, avevano bisogno e voglia di stringersi un po'.