Sabato sera mi è tornata in mente la storia di un signore molto anziano che, circa un paio d'anni fa, dopo la partita che aveva sancito la retrocessione della sua squadra del cuore, il Sunderland, era rimasto seduto al suo posto per parecchio tempo mentre lo stadio si svuotava. Amareggiato, come un innamorato tradito. A guardare nel vuoto, triste. Nonostante i suoi ottantasei anni.

Che voglio dire… quando hai una certa età la sofferenza, quella vera, la devi per forza di cose aver già conosciuta: la morte di molte persone con cui hai condiviso la tua vita, le giornate maledettamente troppo lunghe, il corpo che non risponde più come quando si era un giovanotto. Eppure, quest'uomo, era distrutto per il risultato del Sunderland.

4-3-2-1: "Possibile farsi rovinare le giornate per una partita di calcio?", è già arrivata questa noiosa domanda? No?!? Arriverà, statene certi. Ma non è questo il punto. Il punto è il perché mi sono ricordato della storia di questo anziano signore: rappresenta al meglio il modo in cui ho vissuto ed elaborato la sconfitta di sabato sera contro il Bologna. Senza rabbia.

Perché, dopo essermene rimasto seduto sul mio seggiolino per qualche minuto dopo il triplice fischio, uscendo dallo stadio ero solamente molto deluso... quando, invece, avrei preferito essere arrabbiato perché tra un vaffanculo e una imprecazione, almeno un po', avrei provato a farmela passare.

E invece no, molto peggio. Perché la delusione è qualcosa che ha a che fare con il cuore e non con la pancia. La rabbia passa, te la dimentichi. La delusione, invece, ti si incolla addosso e, soprattutto, crea diffidenza perché se mi hai tradito oggi potrai rifarlo ancora. E l'ultimo mese della ROMA, purtroppo, ne è la riprova.

Una implosione inaspettata arrivata dopo che, con il Natale alle porte, eravamo rimasti accecati dalla vittoria di Firenze. Le feste a contare i giorni, più che i soldi persi giocando a carte, che ci dividevano dalle due partite dell'Olimpico contro le torinesi al rientro dalla pausa: macché, niente.

Un tunnel che sa di amara abitudine di inizio anno e quasi tutti i sogni a farsi benedire tra ginocchia che cedono, crisi d'identità, transazione societaria, un mercato proiettato al futuro invece che radicato nel presente e tante altre motivazioni che, tutte insieme, hanno fruttato, in campionato, solamente 4 punti su 18 disponibili: una miseria.

Una miseria simile ad una secchiata di benzina sul fuoco per far divampare, ancor di più, la puerile diatriba tra i catastrofisti, i teloavevodettisti e quelli che, invece, avevano scommesso su risultati strabilianti nonostante l'annunciato "Anno zero". La ROMA, insomma, come strumento e non come fine. L'io prima dell'ideale.

Nel mezzo, manco a dirlo, quelli a cui, grazie al cielo, non gliene frega nulla se il presidente è Pallotta, Friedkin, Anzalone o Ciarrapico perché tanto loro – noi - quando la ROMA perde soffrirebbero alla stessa maniera. Proprio come quel signore, torno a lui, che poi, quel giorno, comunque si era rialzato. Senza togliersi la sciarpa dal collo ma, anzi, tenendoci sopra aggrappate tutte e due le mani, strette. Come si fa con le cose e le persone a cui tieni in modo viscerale e non vuoi lasciar andar via perché sai che non ci potresti mai rinunciare.

Già... perché in fondo quello che ci lega a questa squadra non è una passione sportiva ma un sentimento che travalica ogni forma di razionalità: il calcio c'entra poco.
E allora, ogni volta, nonostante tutto, ci rialziamo nuovamente. Senza neanche considerare la possibilità di rinunciare a questa follia che ci tormenta l'anima da quando siamo ragazzini e per la prima volta c'eravamo messi la sciarpa della ROMA al collo. Non ce la toglieremo mai.