Sei mesi di Roma. Un successo. Ma ci teniamo a sottolineare sei mesi, cioè dal primo luglio di quest'anno, anche perché non vorremmo rischiare pure noi un deferimento. Tipo quello che vede tuttora coinvolto Gianluca Petrachi, il direttore sportivo di una Roma che è riuscito a tirare fuori dal buco nero della parte finale dell'era Monchi-Di Francesco. Il dirigente pugliese arrivato a Trigoria via Torino, ha sbagliato davvero poco, al punto che nell'anno zero con cui ha presentato l'inizio del suo lavoro in giallorosso, è riuscito a sintetizzare anni acquisti e cessioni. Facendo molto, sbagliando poco. Fatti, non parole, ci sembra lo slogan giusto per fotografare questi sei mesi di lavoro del direttore sportivo giallorosso. Ed è una bella fotografia, con la Roma tornata a respirare aria di Champions e con prospettive che legittimano i sogni di una tifoseria che è tornata a emozionarsi per una squadra capace di riappropiarsi di se stessa e della sua gente.

La ricostruzione

Insomma, in questo tramonto dell'anno, ci sembra giusto e doveroso dare a Petrachi quello che è di Petrachi. Perché è vero che Fonseca si sta rivelando l'allenatore giusto sulla panchina giusta, altrettanto vero che i giocatori lo stanno seguendo con uno spirito di squadra che sembrava smarrito, ma all'origine di tutto c'è stato il lavoro di questo signore pugliese che ha parlato poco (talvolta creando pure qualche imbarazzo) ma fatto molto. Cominciando a ricostruire una Roma in grado di farsi amare (fermo restando che la Roma si dovrebbe amare a prescindere). Lo ha fatto con idee chiare, concetti precisi, consapevolezza di chi conosce calcio e calciatori. Non ha promesso effetti speciali, ma lavoro e serietà. C'è riuscito con una squadra di pochi ma fidati collaboratori, a cominciare dal vice Antonio Cavallo che in questi giorni è in Inghilterra a vedere partite e trattare il futuro. Il campo gli ha dato ragione su tutto. In entrata e in uscita, dopo un mercato estivo che lo ha visto stakanovista direttore sportivo, una cinquantina di operazioni tra arrivi e addii, quelle sbagliate si contano sulle dita di una mano.

Gli acquisti

Lo aveva fatto capire sin dai suoi primi giorni da ds giallorosso, cioè luglio non facciamo scherzi, che la sua intenzione era quella di ribaltare la Roma sbagliata della stagione precedente. Lo ha fatto. In silenzio, come aveva anticipato nella sua conferenza stampa di presentazione, giusto qualche concessione ai televisivi, per il resto ha preferito rendersi antipatico ma giusto con tutti gli altri giornalisti. E lo ha fatto pure bene, portando a Trigoria una decina di giocatori nuovi, senza che fra questi ci fosse nessun Moreno o Marcano. Soprattutto lo ha fatto costruendo, da uomo di calcio quale è, una squadra, giocatori giusti al posto giusto, fregandosene di critiche premature che pure ci sono state. Roba del tipo Smalling è uno scarto del Manchester United, Mancini l'ennesimo bluff dell'Atalanta, Pau Lopez lo ha pagato troppo, Diawara era una riserva al Napoli, Veretout uno buono per la Fiorentina e niente più, Cetin un turco sconosciuto. Forse l'unica operazione che fino a oggi non ha pagato i dividendi, è stata quella di Kalinic che, peraltro, è giudicabile poco visto che una frattura alla testa del perone ne ha limitato assai l'utilizzo. Poi, per il resto, Zappacosta si è rotto subito il crociato, Spinazzola non ha ancora dato quello che può dare, Mikitharyan deve ancora far vedere il meglio del suo potenziale. Nel complesso, comunque, un mercato in entrata in assoluta controtendenza rispetto a quello di dodici mesi prima. Quello che ci voleva.

Le cessioni

Ma il vero capolavoro, anche se può sembrare paradossale, Petrachi lo ha messo insieme al capitolo cessioni. Perché se torniamo al giugno scorso, non è esercizio di pessimismo ricordare come a Trigoria stanziassero una serie di giocatori reduci da una stagione che aveva azzerato la lista degli acquirenti sia per costi che per prestazioni. Pastore a parte (peraltro sull'argentino Fonseca aveva detto che ci avrebbe lavorato volentieri), Gerson, Schick, Defrel, Marcano, Coric, Nzonzi, Olsen, Gonalons, Karsdorp, erano cartellini penalizzanti da tenere o giocatori difficili da cedere senza rischiare di fare minusvalenza. Alla fine, invece, Petrachi è riuscito a piazzarli tutti, qualcuno pure bene (Gerson a quasi dodici milioni al Flamengo con tanto di piccola plusvalenza o Schick al Lipsia in prestito con un diritto di riscatto che se, come sembra, sarà esercitato garantirà pure una plusvalenza). Un piccolo capolavoro. E allora se il buongiorno (Petrachi), si vede dal mattino c'è da pensare che la Roma ha trovato il direttore sportivo giusto per tornare a sognare.