Caduti nella rete. Palloni e avversari. Tanti negli ultimi dieci anni, non sempre felici ma comunque prodighi di emozioni come soltanto la Roma sa regalare. Basta chiudere gli occhi e farsi cullare dai ricordi. Si affastellano e si accavallano quelli riferiti al decennio che si appresta ad andare in archivio. Dai più "freschi" a quelli che «sembra passato un secolo».

Ma è solo un battito di ciglia. Lo stesso che accompagna la sorpresa quando la squadra della Capitale segna, prima di trasformarsi in quell'attimo di eterno che è gioia purissima. E che cerchiamo di rivivere andando a ritroso nel tempo, una per stagione dal 2010, in rigoroso ordine cronologico.

Chievo-Roma

La prima stagione di Ranieri sulla panchina del suo cuore è agli sgoccioli. Il miracolo della rimonta sull'Inter mourinhiana si è compiuto per due settimane, per poi cedere il passo alla madre di tutti i rimpianti. All'ultima giornata c'è ancora spazio per un'infinitesimale speranza, ma più che quella a spingere ventimila romanisti in trasferta col Chievo c'è l'amore infinito per quei colori.

Eppure a fine primo tempo qualcuno spera ancora nella giustizia divina: merito di Vucinic e De Rossi, i due uomini-simbolo dell'annata dei grandi sogni. Nel recupero il 16 sferra un bolide dalla distanza sotto l'incrocio dei pali, sotto l'unico spicchio di Bentegodi non occupato da sostenitori giallorossi. Il boato scuote Verona. Il titolo va a Milano, ma quel finale continua a far vibrare l'anima.

Roma-Bayern

L'anno dopo la grande rimonta la Roma appare stanca e svuotata. In campionato il ruolino è disastroso e nel girone di Champions si balbetta. Dalla trasferta di Basilea in poi però la squadra sembra ingranare un'altra marcia. Ma l'impegno successivo è contro il Bayern: non proprio una passeggiata di salute.

I bavaresi vanno avanti di due gol e a inizio ripresa in pochissimi credono a qualcosa in più di un'onorevole sconfitta. Invece dopo pochi minuti Borriello suona la carica, colpendo da terra (e col suo piede meno nobile, il destro) e lasciando impietrito Kraft, che poi dovrà piegarsi anche a De Rossi e Totti per il più clamoroso dei 3-2. Non è più tempo di «Che sarà sarà», quanto di esultanze sfrenate.

Roma-Palermo

È l'anno zero della proprietà americana. La squadra allestita in fretta e furia nelle ultime ore di mercato è ricca di talento ma acerba. Lo stesso Luis Enrique porta addosso le stimmate del grande tecnico, che però non ha ancora avuto il necessario rodaggio.

All'ottava giornata da calendario (settima giocata di fatto) col Palermo, lo spagnolo fa esordire uno dei fiori all'occhiello della campagna acquisti sabatiniana, Erik Lamela. Il gioiellino argentino impiega sette minuti a conquistare l'Olimpico con quello che diventerà il suo marchio di fabbrica: azione personale da destra verso il centro e tiro a giro sotto l'incrocio opposto. Applausi.

Roma-Juventus

Luis Enrique è tornato in Spagna, Zeman ha fallito dopo poco più di mezzo campionato e anche (soprattutto) i tifosi della Roma non si sentono tanto bene. In panchina siede l'ex collaboratore di Spalletti Aurelio Andreazzoli, alla prima vera esperienza da allenatore. Il debutto casalingo è di quelli da far tremare i polsi: di fronte c'è la Juve di Conte che ha appena iniziato il suo ciclo bulimico.

Ma da questo lato c'è Totti. E tanto basta. Quando al limite dell'area la corta respinta bianconera arriva sul suo destro, la coordinazione del Dieci non lascia scampo a Buffon come non lo concederebbe a nessun altro. Il missile supera i 110 km orari, la rete si gonfia, la Sud esplode.

Roma-Milan

Altro giro, altra corsa. Nell'anno della rinascita toccano a Garcia le vesti del condottiero. L'inizio è da urlo, il resto del campionato "sempre sul pezzo" fino a tre giornate dal termine. Nella giornata precedente l'ultima bella vittoria, firmata Pjanic - fresco di contratto appena rinnovato - e Gervinho. Il gol del bosniaco è una perla: parte da trequarti, semina avversari danzando sulle punte e manda ko il Milan e in visibilio l'Olimpico.

Roma-Lazio

L'anno successivo Garcia si veste da Paganini e non ripete. Ma mantiene l'imbattibilità nei derby. Quello di gennaio però comincia male: si va sotto di due gol. Il secondo tempo si attacca dal lato Sud. Totti sente aria di casa e rimette tutto a posto. Il diagonale rasoterra ci rimette al mondo, la mezza rovesciata da copertina e contro ogni legge della fisica ci fa toccare la luna.

Roma-Barcellona

L'esordio nella Champions 2015 è contro i marziani del Barcellona, campioni d'Europa in carica. Ma quella sera del 16 settembre il marziano è Florenzi, che per pareggiare la firma di Suarez si inventa un superlativo gol da centrocampo e dalla linea laterale. Restano a bocca aperta tifosi, compagni e soprattutto avversari: prologo di quanto accadrà due anni e mezzo dopo.

Roma-Genoa

Il 28 maggio sarà sempre il giorno dell'addio al calcio del più grande di tutti, per tutto il mondo, non soltanto romanista. Ma quello struggente abbraccio fra Totti e il suo popolo avrebbe avuto un altro sapore senza Perotti. Più acre. Ma al 90' il Monito addolcisce i palati e allestisce il tappeto rosso al re: l'assist è di Dzeko, il suo ex Genoa è piegato. E vissero tutti felici e commossi.

Chelsea-Roma

Ancora un'edizione di Champions, ancora un girone di ferro, l'ennesimo per la Roma, questa volta targata Di Francesco. Dopo Atletico Madrid e Qarabag, si fa visita a Stamford Bridge. La sinfonia giallorossa è da serata di gala, la squadra a tratti incanta, ma va immeritatamente sotto di due reti.

A quel punto esce fuori una personalità quasi inedita, di chi non ci sta e forse proprio in quel momento acquista la consapevolezza che accompagnerà tutto lo strepitoso cammino europeo. Kolarov suona la carica, poi tocca a Dzeko la corona d'Inghilterra. Il bosniaco segue con sguardo e corsa un lungo lancio di Fazio, riuscendo a far terminare la parabola sul suo sinistro fatato: l'impatto col pallone è perfetto, la coordinazione maestosa, Courtois impietrito, i romanisti a Londra in estasi. Scusate se è poco.

Roma-Lazio

Altro derby, altra corsa. la più goduriosa anche soltanto da immaginare. Quella della catarsi. Di un numero 11 che si libera definitivamente della zavorra risalente al passato remoto, purificandosi dal lato giusto della barricata. Pellegrini segna di tacco, un errore di Fazio spalanca le porte a un inopinato quanto provvisorio pareggio.

Al minuto 70 però la punizione sotto la Sud è nei pressi della mattonella preferita di Kolarov. La breve rincorsa serve quel tanto che basta a far scattare il cronometro nel giro perfetto per la nemesi (che si completerà con lo stesso Fazio). L'esecuzione è perfetta. Il tripudio serbo zittisce anche le residue illazioni. Il trionfo è nostro.