Quando lo raggiungiamo, Gabriele Gravina, presidente della Lega Pro e uno dei tre candidati alla presidenza della Figc, è in viaggio verso Firenze. La sua è stata una giornata piena, condita da una involontaria polemica a distanza con Cosimo Sibilia, la firma di un protocollo d'intesa con l'Anci (Associazione nazionale comuni italiani) e, soprattutto, un incontro con Damiano Tommasi: «Ci siamo confrontati sui temi delle nostre piattaforme programmatiche. Abbiamo molti punti in comune e siamo consapevoli che la strada da fare è quella del dialogo. Continueremo a lavorare in tal senso».

Ci fa piacere, perché Tommasi è il nostro candidato. Vuole provare a farci cambiare idea?

No, assolutamente. So bene la vostra posizione, avendo letto tutto quello che avete scritto. Ritengo che voi siate legittimamente di parte. Damiano Tommasi sa quanto sia grande la stima che mi lega a lui. Non sono chiacchiere e lo dimostra la collaborazione degli ultimi due anni, una vera e propria inversione di tendenza rispetto al passato. Colgo anche l'occasione per chiarire che la mia candidatura non è alternativa a quella di Tommasi, ma costituisce un argine culturale. La cultura politica e sportiva non è ancora preparata a una figura come quella di Damiano, ex calciatore e sindacalista. Capite quanti ostacoli dovrà superare?

In parte. E lei, cosa pensa di questa situazione?

Come le dicevo, quella che stiamo affrontando è una battaglia culturale. Con Tommasi stiamo cercando di far passare una linea basata sull'aggregazione e sul confronto. La nostra sconfitta sarebbe una sconfitta di un sistema, che si contrappone a una visione del calcio che è ricerca del potere. Io e Damiano siamo sotto attacco.

Ma allora perché all'elezione del 29 gennaio vi presentate divisi?

Ripeto, è un problema culturale. Il calcio richiede sensibilità diverse. Damiano è un romantico, io sono più esperto di certe dinamiche. Non ci possiamo permettere crepe, altrimenti sarebbe la fine. Sapete chi sono i nostri avversari...

Ce lo spieghi meglio.

Per loro parla il loro modus operandi. Ormai, tutti sanno del mio rapporto conflittuale con Claudio Lotito. Il presidente della Lazio è uno a cui piace il potere. Un dirigente valido, certo, ma per guidare la Lazio e non il calcio italiano, come lui vorrebbe. Abbiamo visioni totalmente opposte. Io, attraverso il calcio, voglio creare valore. Lotito, invece, ha una logica prettamente imprenditoriale, dove conta solo il risultato e il guadagno.

A proposito di Lotito, cosa è successo ieri con Sibilia?

Se devo essere sincero, non ero al corrente nemmeno della sua risposta. Io ho solo detto che mi considero un riformista del calcio, sul modello del gruppo di lavoro di Milano. Non ho dato alcuna patente, ci mancherebbe. Io voglio riformare il calcio. Se anche Sibilia lo vuole, ben venga. Il problema è come.

Come valuta, invece, la situazione della Lega di Serie A?

Mi sembra sia bloccata su vecchie posizioni. Secondo il mio parere, la Lega di A potrebbe trarre un grande vantaggio da una Federazione forte. Anche a Milano sono stato individuato come l'anti-Lotito. Alcuni non ci credevano, pensavano che la mia fosse una contrapposizione di facciata. Hanno cambiato idea domenica sera, quando ho dovuto urlare in faccia a Lotito che non lo avrei mai sostenuto e meno ancora votato.

Alla fine, però, il calcio arriva spaccato alla data dell'elezione del Presidente...

È la dimostrazione delle nostre contraddizioni. Dopo l'eliminazione della Nazionale e le dimissioni di Tavecchio, era il momento dell'unità. E, invece, per la prima volta nella sua storia, la Federcalcio si presenta con tre candidati. Eravamo tutti d'accordo sul valore del confronto programmatico e, invece, tutte le componenti federali non hanno mai trovato modo di confrontarsi sui temi. La Lega di Serie A dice che è prioritaria la riforma dello statuto e poi si schiera con Sibilia, che dice che lo statuto non si tocca. Amareggia l'assenza del confronto. Poteva essere un momento di responsabilità ma, evidentemente, non siamo pronti.

Se fosse eletto, dove interverrebbe subito?

Su questo non ho nessun dubbio: settore giovanile e infrastrutture. Sono i soggetti e i luoghi, ovvero gli asset del nostro calcio. In un'ottica di rinnovamento, rappresentano i fattori energizzanti dell'intero sistema. Serve una rivoluzione culturale, siamo nel pieno Medio Evo del calcio. Sosteniamo un Rinascimento sportivo, dove il calcio contribuisca a diffondere bellezza e ricchezza.

A proposito, come si riporta il tifoso allo stadio?

Restituendogli il piacere di vedere la partita e di essere coinvolto. In occasione degli appuntamenti più importanti, registriamo anche 30 milioni di appassionati che seguono la Nazionale. Significa che esiste un pubblico che ha voglia di far parte di un progetto, che vuole riscoprire l'orgoglio dell'appartenenza. Gli anni passati hanno, invece, visto il calcio progressivamente allontanarsi dal tifoso, chiudendosi in dinamiche non sportive. Io dico: riapriamolo alla passione.

Ultima domanda: come valuta la presidenza Tavecchio?

Io spesso sono stato suo oppositore, ma il problema non è solo lui. Certo, se vieni eletto con il 75% e in poco tempo passi al 54, evidentemente c'è qualcosa che non ha funzionato.